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Cinema

The Irishman, Scorsese torna a raccontare la malavita

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Frank “The Irishman” Sheeran (Robert De Niro), veterano della seconda guerra mondiale, diventa sicario della mafia della East Coast alle dipendenze del boss Russell Bufalino (Joe Pesci).
La sua attività criminale tra gli anni ’50 e ’70 lo porterà ad avere contatti con Jimmy Hoffa (Al Pacino), influente leader del sindacato degli autotrasportatori International Brotherhood of Teamster, con cui svilupperà anche un rapporto di amicizia che non finirà bene.

È dal 2007 che Martin Scorsese e Robert De Niro volevano portare sullo schermo la storia di Frank Sheeran, “soldato semplice” della mala, raccontata nel libro I Heard You Paint Houses di Charles Brandt.
Reclutati nel cast anche Pacino e Pesci, il progetto è stato per anni in un limbo produttivo, dovuto a diverse riscritture e alla difficoltà di trovare finanziamenti, con un budget che è lievitato ulteriormente vista la volontà di voler largamente impiegare software per il de-aging (tecnica che permette il ringiovanimento degli attori grazie all’ausilio della cgi).
Con l’arrivo di Steven Zaillian (Schindler’s List – La lista di Schindler, Gangs of New York, L’arte di vincere) alla sceneggiatura, e dei soldi di Netflix per i diritti di distribuzione, il film è riuscito finalmente a vedere la luce quest’anno, sia sulla piattaforma di streaming che in un numero limitato di sale (da noi grazie alla Cineteca di Bologna).

The Irishman rappresenta il ritorno di Scorsese ad uno dei generi che più ha contribuito alla sua consacrazione all’Olimpo dei filmmaker: il film di gangster. Un’epica criminale più vicina a Quei bravi ragazzi e Casinò (il taglio realistico, lontano dal romanticismo di opere come Il padrino di Coppola. Il punto di vista dal basso di un “impiegato” della mala, che non diventerà mai boss, con la costante presenza del suo voice-over) che al recente The Departed – Il bene e il male (anche se condividono l’ambientazione del mondo malavitoso, la pellicola vincitrice dell’Oscar si rifà più agli stilemi del poliziesco e del thriller).
Un gangster movie però meno impermeabile al contesto storico, che fa da sfondo alle sue vicende, rispetto ai due lavori con cui è maggiormente imparentato: qui la Storia – con la “S” maiuscola – a volte entra di prepotenza influenzando i destini dei personaggi (l’elezione del presidente Kennedy, la crisi della baia dei Porci, l’assassinio di JFK, lo scandalo Watergate).
Scorsese inoltre introduce una inedita riflessione sullo scorrere del tempo e sulla vecchiaia. Una vecchiaia che pochi protagonisti di quel mondo arriveranno a vedere (esplicative le didascalie che ci informano del destino di morte violenta che attende alcuni dei personaggi), e quei pochi la passeranno probabilmente in prigione (eccezionale la scena del carcere che assomiglia più ad un ospizio per mafiosi, ormai rugosi e canuti). Frank è infatti un sopravvissuto, sopravvissuto solo per vivere in solitudine, evitato dalla figlia che non vuole avere niente a che fare con lui. Una distanza quella della figlia Peggy – interpretata nella sua versione adulta da Anna Paquin – sottolineata dal “mutismo” del suo personaggio, una chiusura di comunicazione quasi totale verso un padre violento e criminale, con cui scambierà poche parole solo in un’unica emblematica scena.
Per quanto riguarda il lato attoriale, ci troviamo di fronte a tre ottime interpretazioni da parte del trio di protagonisti. Un De Niro misurato e perfetto nel ruolo del freddo sicario (uno per cui uccidere è una normale giornata di lavoro, che non proverà alcun rimorso nemmeno nei suoi ultimi giorni, tranne che per quell’unico omicidio che lo toccherà particolarmente da vicino), che offre con la sua performance un ottimo esempio di “banalità del male”.
Un Joe Pesci alle prese con un personaggio molto diverso dai suoi soliti (gli impulsivi e violenti Tommy e Nicky, rispettivamente di Quei bravi ragazzi e di Casinò): il pacato Russell Bufalino, che instaura un rapporto quasi affettuoso e paterno nei confronti del suo protetto Frank.
Infine Pacino, con il personaggio più strabordante: un Jimmy Hoffa sopra le righe, intenso e vulcanico, sboccato e sbraitante.
Neo della produzione è invece il de-aging che, risultando spesso troppo artificioso, distrae non poco nella prima parte del film. L’età resa con la tecnica in computer graphics – secondo il sottoscritto –era facilmente raggiungibile anche attraverso l’utilizzo di trucco e protesi, ottenendo probabilmente un risultato meno artefatto.

The Irishman
I protagonisti reagiscono alla morte di JFK.

The Irishman è un film di gangster come non se ne vedevano da anni, un’opera che va a formare una trilogia ideale con Quei bravi ragazzi e Casinò. Una pellicola imperdibile per tutti gli amanti di quella parte di filmografia di Martin Scorsese.

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