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Cinema

L’ufficiale e la spia, Polański racconta l’Affaire Dreyfus

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1894, il capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene condannato alla reclusione sull’Isola del Diavolo per il crimine di alto tradimento. L’ufficiale è infatti accusato di aver venduto segreti militari alla Germania. Il tenente colonnello Marie-Georges Picquard (Jean Dujardin), neo capo dei servizi segreti dell’esercito ed ex istruttore di Dreyfus, inizia a sospettare che l’ufficiale sia stato condannato ingiustamente dopo una indagine superficiale, condizionata dalle origini ebraiche del capitano.

Reduce della vittoria del Gran premio della giuria alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, arriva in sala l’ultimo lavoro del regista Roman Polański (Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, Il pianista, Carnage).
L’ufficiale e la spia è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore e giornalista inglese Robert Harris, anche cofirmatario della sceneggiatura insieme al regista e amico Polański. Il duo aveva già collaborato per l’avvincente thriller L’uomo nell’ombra, sempre tratto da un libro di Harris.
Soggetto è l’Affaire Dreyfus, caso di ingiustizia giudiziaria che divise la Francia tra la fine del XIX secolo e l’alba del “Secolo breve”. Una testimonianza sconcertante dell’antisemitismo dilagante nell’Europa dell’epoca, sentimento che vedrà le sue estreme conseguenze nel dramma dell’Olocausto durante la Seconda guerra mondiale.

Il famigerato Affaire era già stato portato in precedenza sullo schermo – sia grande che piccolo – diverse volte, tra cui spiccano il cortometraggio del pioniere del cinema muto Georges Méliès (il film uscito nel 1899, quando la vicenda era ancora attuale, fu bandito dalle sale visto che provocò risse tra sostenitori e detrattori di Dreyfus) e il film tv Prigionieri dell’onore (produzione targata HBO diretta da Ken Russell, a tratti eccessivamente didascalica, con un convincente Richard Dreyfuss nel ruolo di Picquard).

L’ufficiale e la spia è la storia di un uomo, Picquard, pronto a tutto per seguire il suo senso del dovere e dell’onore. Pronto a scagliarsi contro un intero sistema corrotto, non perché provi una qualche simpatia per la vittima o per il discriminato popolo ebraico (anzi, anche lui stesso presenta tendenze antisemite), ma perché non potrebbe fare altrimenti; perché vivere rispettando le regole e perseguendo la giustizia è l’unica via per un ufficiale che ha consacrato la sua vita all’esercito e al suo Paese.
Il nostro “detective” – perché di una indagine da thriller volta a svelare un complotto, non dissimile da quella condotta dal protagonista della precedente collaborazione tra Polański e Harris, si tratta – avrà a che fare con gli ottusi e ipocriti vertici militari, pronti a tutto per insabbiare il loro errore (anche usando più risorse di quante ne siano state usate nell’effettiva indagine che ha portato alla sommaria condanna di Dreyfus). Nel descrivere questa assurda ottusità e ipocrisia Polański utilizza spesso una sottile ironia (il predecessore di Picquard alla guida dei servizi segreti che si lamenta della decadenza morale dilagante, mentre la sua salute è compromessa dalla sifilide).
La strepitosa ricostruzione storica non è un mero esercizio manieristico ma è viva e pulsante, con un sontuoso lato visivo arricchito da riferimenti alla pittura francese dell’ottocento (esemplare una scena che richiama direttamente Le Déjeuner sur l’herbe di Ėdouard Manet).
Polański riesce ad evocare efficacemente l’atmosfera antisemita dell’epoca, con scene che creano inquietanti paralleli con quanto si vedrà in seguito nella Germania nazista (la rottura delle vetrine, il falò dei giornali/libri).

Dreyfus
Gli effetti del celebre articolo “J’Accuse” sono mostrati con efficacia nel film.

L’ufficiale e la spia rappresenta una magnifica prova del regista polacco, che sa raccontare la Storia – con la “S” maiuscola – con puntualità ed efficacia, regalando anche altissimi momenti di grande Cinema.

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