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X-Men: Incontro con Chris Claremont a Lucca Comics & Games

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Tornano i grandi ospiti internazionali del mondo del fumetto – e non solo – nella cornice della kermesse del Lucca Comics & Games.
Ad inaugurare i Press Café di quest’anno, un nome che è diventato sinonimo stesso di X-Men: Chris Claremont.
L’autore britannico ha infatti scritto le avventure dei mutanti di casa Marvel per un lungo periodo, durato 17 anni, che più di tutti ha definito personaggi e tòpoi della serie.
Una visone che ha naturalmente influenzato anche i successivi adattamenti cinematografici e, in generale, immortalato il gruppo guidato da Charles Xavier nell’immaginario collettivo.

X-Men
X-Men 1, scritto da Claremont e disegnato da Jim Lee, detiene il record di albo a fumetti più venduto.
Il tema di Lucca Comics & Games di quest’anno è la comunità che abbraccia la diversità, un tema che è anche quello dei suoi X-Men.

Abito a New York, una comunità ricca di diversità, è normale per me parlare di questo argomento nelle mie storie. Uno può camminare per la strada, di quartiere in quartiere, e praticamente fare il giro del mondo. Puoi trovare tutti i tipi di cucina: del sud d’Italia, del nord, cinquanta tipi diversi di cucina indiana. Ogni tipo di cucina. L’unica cosa che non abbiamo è la Chicago deep-dish pizza [risate]. New York è una fonte di ispirazione per me, uso tutto quello che ha da offrire. Guardo le persone nella metropolitana e la diversità presente toglie il fiato. L’arte di uno scrittore è rubare da tutte le persone che incontra e da tutte le cose che gli accadono intorno. Quindi fate attenzione, ho un taccuino! [risate]

Ha ripreso a lavorare recentemente sui New Mutants con Bill Sienkiewicz, ce ne parlerebbe?

Allora, “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…” [risate]. Lo posso dire, siamo tutti della Disney adesso! [risate] Allora, trentasei anni fa io e Bill abbiamo realizzato la serie The New Mutants. Una serie fantastica grazie allo stile di Bill, vicino all’arte moderna, surreale. Lontano il più possibile da quello che ci si poteva aspettare da un comic americano. Poi il nostro ciclo di storie si concluse e lui decise di diventare un brillante artista moderno. La Marvel ci ha richiamato per una nuova serie, come parte delle iniziative per il suo 80esimo anniversario di attività. La nostra attitudine di approccio al progetto è stata continuare da dove avevamo lascito. Questa è solo la “nuova uscita”, ci sono voluti solo trent’anni per arrivarci! Quello che ha prodotto Bill per questa nuova serie è magnifico, come nelle vecchie storie ma anche migliore sotto diversi punti di vista.

X-Men
I New Mutants disegnati da Bill Sienkiewicz.
In passato ha sofferto di problemi relativi alla continuità e alla coerenza delle vite dei suoi personaggi. Che cambiamenti vorrebbe vedere nei suoi colleghi e negli editori per risolvere questo problema?

Nei comics americani tu lavori su commissione. Le varie compagnie (Marvel, DC, Disney) sono le proprietarie del materiale su cui lavori, non tu. Non conta quello che voglia Stan Lee o Jack Kirby, il capo è la compagnia, nel mio caso la Marvel. Nella mia carriera avrò creato più di 500 personaggi, molti dei quali sono star. Mentre scrivo la testata ho io il controllo su di loro, ma quando smetto arrivano altri autori e mettono le loro idee. Come scrittore ho una reazione, come buon impiegato ne ho un’altra. Questa è la realtà, e ci tocca convivere con questa. Qualsiasi sia il mio pensiero su queste storie, la decisione finale spetta sempre a Marvel.

Qual è il suo pensiero sui vari film tratti dagli X-Men? Anche riguardo all’ultimo Dark Phoenix.

Al party per la première del primo film mi ricordo di aver incontrato Hugh Jackman e Sir Ian McKellen. È stato figo! [risate] Io ho iniziato come attore, e per me Ian McKellen era dio! Quando l’ho incontrato non solo sapeva il mio nome, ma conosceva anche il mio lavoro! Comunque, parlando dei film, alcuni sono molto buoni, altri potrebbero essere migliori. X-Men – Giorni di un futuro passato è un ottimo film. Mancavano solo i credit per me e John Byrne come ideatori della storia [risate]. Nella serie tv Legion mi hanno accreditato, se non l’avete vista guardatela! È brillante! Per quanto riguarda X-Men – Dark Phoenix, è un buon film che non ha niente a che fare con Dark Phoenix [risate]. I problemi della pellicola non sono colpa di Simon Kinberg, lui ha scritto e diretto un buon film. Sophie Turner penso che abbia regalato una grande interpretazione. Purtroppo il finale del film è stato cambiato per via dell’uscita ravvicinata di Captain Marvel, per non farlo risultare troppo simile. Benvenuti a Hollywood! [risate] Magari la prossima trasposizione di quella saga verrà meglio.

Come è cambiato in questi anni il target dei lettori a cui si rivolge? L’età è la stessa?

Mi voglio mettere in contatto con tutti i tipi di lettori nel mondo, questo è il mio obiettivo. Oggi alla fiera una ragazzina sugli otto anni mi ha dato una copia di X-Men da autografare. Per me questo è il massimo riconoscimento. Durante la mia prima run su X-Men le storie dovevano sottostare alle regole del Comics Code, dovevano essere appropriate per i bambini. Per me non era un problema, bastava scrivere a diversi livelli di profondità: ad un primo livello di lettura la storia è appropriata per i ragazzi sugli undici anni, ma rileggendola da adulto recepisci sfumature che un bambino non coglierebbe. Queste restrizioni sono state una opportunità per imparare a scrivere con sottigliezza e profondità, così da potersi rivolgere ad un’ampia fascia di pubblico.

Quanto programma delle storie che vuole scrivere prima della loro pubblicazione? Sa già in che direzione vuole portare i personaggi?

Per me da Uncanny X-Men 94 alla pagina 11 di Uncanny X-Men 279 è tutta un’unica storia. È essenzialmente come la vita: ci sono momenti salienti, lunghe pause, digressioni, ma è tutta un’unica lunga storia. Se fossi rimasto sulla testata per trent’anni sarebbe stata la stessa cosa perché, per me, quei personaggi sono vivi, reali. Gli eventi che gli accadono sono reali nel loro mondo. Se riesco a fare in modo che siano reali per i personaggi, spero di riuscire a far si che siano reali anche per i lettori.

Quali sono state le sue ispirazioni per le sue storie degli X-Men? Quanto è stato importante il lavoro di editor come Louise Simonson e Ann Nocenti?

Ho attinto dalla vita, come tutti gli scrittori. Il dono di un bravo editor, come loro, è l’essere più furbo degli scrittori. Nel momento stesso in cui gli racconti la storia, capiscono subito cosa funziona e cosa non funziona. Quando Stan Lee e Jack Kirby lavoravano insieme sui Fantastici Quattro, Kirby aveva sempre centinaia di idee. Stan quando andava a lavorare sulla storia eliminava tutte le idee superflue per farla andare nella direzione giusta, con voce e chiara e diretta, che arrivasse al lettore. Jack odiava questa cosa perché pensava che Stan stesse buttando via tante buone idee. La prese sul personale e andò alla DC per lavorare ai Nuovi Dei. Con i Nuovi Dei utilizzò tutte le idee che gli venivano in mente: la prima uscita centinaia di grandi idee, la seconda altre centinaia, e così via. All’uscita numero 12 fece esplodere la testa sia alla DC che ai lettori, e l’editore chiuse la testata. Per quanto brillanti fossero le sue idee, messe tutte insieme confusero i lettori che non riuscivano a stargli dietro. Quindi dopo è tornato alla Marvel, e la DC ha sfruttato le idee dei Nuovi Dei per gli ultimi trentacinque anni. Il valore di un buon editor come Lee, Simonson e Nocenti è il saper guidare lo scrittore; prendere le buone idee che servono davvero e veicolarle in un’unica coerente ed efficace storia. Creare una buona storia è una sinergia: le persone giuste, nel posto giusto, al momento giusto. Non accade spesso, il trucco è capire quando succede e godersi il momento.

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