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Cinema

C’era una volta a… Hollywood, lettera d’amore alla L.A. anni ’60

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Febbraio 1969, l’attore di serie tv western Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) cerca di rilanciare la sua carriera in una Hollywood che sta cambiando, accompagnato, come sempre, dal fedele stunt double/tuttofare Cliff Booth (Brad Pitt).
Nel mentre si sono trasferiti a vivere nella villa vicina alla sua casa di Cielo Drive il regista Roman Polanski (Rafal Zawierucha), reduce dal successo di Rosemary’s Baby, e la moglie Sharon Tate (Margot Robbie).

Dopo l’esordio al Festival di Cannes – dove è stata solamente premiata la pitbull Brandy, l’interprete canina della “dolce metà” di Booth – arriva finalmente nelle nostre sale C’era una volta a… Hollywood, nona pellicola – considerando i due Kill Bill come un unicum – scritta e diretta da Quentin Tarantino.
Con un cast gustoso (oltre i protagonisti succitati, piccole divertenti parti per Bruce Dern, Al Pacino, Luke Perry e altri), il film è un tributo alla mecca del cinema, durante la fine degli anni ’60, che mescola personaggi di finzione (Rick e Cliff) con alcuni realmente esistiti (non solo la coppia Tate-Polanski, ma anche Steve McQueen, Bruce Lee – per citare i più noti – e l’inquietante Manson Family).

Lunghe, meravigliose scene in macchina con la radio in sottofondo, una diffusione continua di musica e spot dell’epoca. Passeggiate sull’Hollywood Boulevard, illuminato dalle colorate insegne al neon, si alternano a giornate di lavoro sui set di serie tv come Lancer e Il Calabrone Verde.
Questo è C’era una volta a… Hollywood, un’appassionata lettera d’amore alla Los Angeles, e alla sua industria dell’intrattenimento, from the 60’s.
Una piacevole – e a tratti commovente – scampagnata sul viale dei ricordi in compagnia di una splendida coppia di losers, travolta da un mondo scosso da cambiamenti ineluttabili (non solo l’avvento della New Hollywood, ma anche il proseguimento della perdita dell’innocenza americana. Dopo il Vietnam e l’assassinio di Kennedy, saranno proprio i delittuosi fatti degli omicidi Tate-LaBianca a finire l’opera).
Proprio in queste cose C’era una volta a… Hollywood è un film riuscito; nelle lunghe – per alcuni sicuramente interminabili – scene dove assistiamo a parte del lavoro dietro le quinte (Rick che sbaglia le battute e fa ripetere la scena). Una prova di metacinema ammirevole, con una certosina ricostruzione di film e telefilm nello stile dell’epoca.
È sul finale dove Tarantino pecca, scadendo nella farsa: un’orgia di violenza ludica che trasforma il film in un giocattolone, degno di opere tarantiniane “non originali” (leggasi la voce Robert Rodriguez). Uno scivolone che comunque non danneggia troppo quanto di buono la pellicola sa regalare, che semplicemente non gli permette di fare il salto da “ottimo film” a “capolavoro”.

Hollywood
Damon Herriman è Charles Manson in una breve scena del film.

C’era una volta a… Hollywood è un film ambizioso e pieno di amore per quel periodo del cinema hollywoodiano (e un pizzico anche per quello nostrano). Può deludere in alcune sue scelte, ma di sicuro non lascerà indifferente chiunque si definisca cinefilo.

P.S. Complimenti inoltre a Tarantino per aver negato a Charles Manson il suo ruolo di icona del male (appare nel film per pochi minuti, interpretato da Damon Herriman, in una scena dove non viene mostrato nel suo ruolo canonizzato di malvagio e carismatico leader). Una piccola rivincita su un uomo che anelava più di ogni altra cosa la fama, cercata prima come musicista e in seguito ottenuta attraverso il crimine.

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