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True Detective, considerazioni sulle prime due stagioni (senza spoiler)

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True detective è una di quelle serie che partono già con delle premesse che sono molto impegnative e davvero difficili da realizzare. Lo si vede già dalla sigla iniziale (e questo è un tratto comune alle tre stagioni finora uscite, tutte indipendenti tra di loro) che sono un prodotto pensato per un pubblico esigente e ben disposto a perdere parecchio tempo ad immedesimarsi in una storia fuori dall’ordinario.

DI cosa si tratta? Essenzialmente di drammi e vicende di pura ambientazione americana che, nonostante i temi trattati, hanno comunque molto in comune e sono progettate sin dall’inizio per attirare una schiera di fan molto attenti alla produzione e alla recitazione dei personaggi.

Matthew McConaughey interpreta il detective Rust Cohle nella prima stagione

Gli attori, in True Detective si calano in una parte che è del tutto nuova e soprattutto diversa rispetto a quella canonica, dei loro comuni registri, il loro scopo, qui, è colpire gli spettatori con performance che davvero poco dell’ordinario. Nella prima stagione c’è Matthew McConaughey che fa una interpretazione notevolissima uguagliando in potenza visiva quella che gli è valsa l’oscar per Dallas Buyers Club, e persino il suo partner Woody Harrelson ha una parte più drammatica e più profonda rispetto ai ruoli precedentemente interpretati.
Anche la seconda stagione offre delle belle interpretazioni, soprattutto il personaggio di Vince Vaughn è, fino alla fine, magistralmente interpretato in ogni sua sfaccettatura, nella parte di antieroe che con il passare degli episodi acquista maggiore pathos espressivo e comunicativo. Un vero boss per il piccolo schermo, il cui nome, Frank Seymon, è destinato a rimanere nell’immaginario collettivo. Stessa cosa accade con i personaggi di Rachel McAdams (ricordiamo il suo esordio in un film di Paolo Virzì), nella parte di una detective “dura e pura” e Colin Farrell che non brilla ma entusiasma in un ruolo di poliziotto corrotto e dai tanti problemi famigliari e abitudinari (l’alcol).

Bella la prima stagione, meno convincente la seconda, ma entrambe esempi di una narrativa che racconta un immaginario americano credibile e verosimile. Si passa dalla umida Louisiana alla California dei traffici suburbani, da una periferia rurale ad una in preda di traffici di droga e speculazione edilizia, da un luogo esistente ad uno immaginario ma relativamente più “possibile” del primo. Il modo in cui sono descritti è comune e riconoscibile, soprattutto nelle lunghe visioni a spazi aperti degli scenari d’ambientazione, ma anche nelle rese fotografiche meno dispersive e più dettagliate, si è di fronte a scelte ragionevoli e spesso di grande effetto, che raccontano bene un’atmosfera cupa e misteriosa.

I protagonisti della seconda stagione di True Detective (in senso orario Rachael McAdams, Taylor Kitsch, Colin Farrell, Vince Vaughn)

Una caratteristica che ritroviamo in entrambe le prime stagioni (vi darò conferma se si continua su questa strada anche nella terza),è quella di proporsi come vere e proprie opere narrative che potrebbero funzionare benissimo anche senza un supporto visivo, ma lasciate solamente su carta. Soprattutto nel caso della prima, in cui i rimbalzi temporali sono frequenti, la vena letteraria diventa sublime quando è trasportata sullo schermo, merito anche, occorre ripetersi, di due attori bravissimi senza fare un torto ai protagonisti della seconda stagione.
Ecco, la seconda, meno intuitiva e ipnotica della prima, ha una trama intricatissima che si svolge in una cittadina corrotta inventata per l’occasione ma anch’essa molto verosimile. In questo caso i detective sono tre, indagano sullo stesso caso per motivi diversi, hanno alle spalle problemi diversi e dovranno fare capo ad una trama narrativa che nonostante non abbia la filosofia particolareggiata di una Westland poco ci manca, anzi, da un punto di vista espressivo – e reale – è persino più intricata per non dire incasinata.
Pure la prima è stata difficile da seguire (e anche per questo ovviamente bella) ma spostava su un piano più psicologico quelle che erano le prerogative delle indagini, anzi le stesse biografie dei detective diventavano motivi di disquisizione persino sui fini ultimi della vita.

Personalmente, così come gran parte del pubblico, ho preferito la prima stagione, pur confermando i buoni propositi e la scelta alternativa (più corale) della seconda. In ordine di preferenza ho amato il personaggio di McConaughey, ho sofferto con quello di McAdams e mi sono sentito dalla parte “oscura della forza” con quello di Vaughn.

Per la prossima stagione ci vediamo la prossima settimana, ogni lunedì parleremo di serie tv per la nuova fase del Nautilus appena iniziata.

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