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Musica

Lana Del Rey, Norman Fucking Rockwell e la poesia decadente made in USA

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Ho riascoltato parte del nuovo disco di Lana Del Rey adagiato sul divano, con le cuffie nelle orecchie e le braccia dietro la testa. È un disco blu, trasparente, che racchiude tutta la mia estate di questi 37 anni, i pensieri e le speranze e la luce gentile della notte silenziosa.

Immagino Lana intenta a scrivere decine di canzoni mentre percorre un’America stanca e sempre meno romantica, dai boulevard californiani senza una fine ai deserti aridi e assolati sferzati dal vento. E poi la brezza di un porto pieno di container, un centro città deserto, la magnificente bellezza della monotonia occidentale. Cosa c’è dentro Norman Fucking Rockwell?

Tutto e il contrario di tutto, un diario personale di un continente sempre più stanco di essere all’altezza di tante cose. Forse in America si raggiungono meno traguardi e si sogna di meno, ma si dipingono orizzonti dai contorni sempre più sfumati. E poi l’amore, la realtà, la voglia di scomparire, la narrativa post-moderna, una carezza. Questo è tutto quello che si ascolta in un’opera che rappresenta forse il punto più alto della carriera di una delle mie artiste preferite: Lana Del Rey. Ci saranno altri dischi, e ce ne sono stati, con delle tracce bellissime, ma nessuno, finora, ha profuso così tanta poesia (decadente, forse) come questo. Un album in cui non vi è alcun momento per respirare, in cui si arriva dritti dall’inizio alla fine in un crescendo di valore artistico musicale e letterario.

Gli arrangiamenti sono a dir poco perfetti, la chitarra di The Greatest è commovente a tal punto da far scendere una lacrima, e ogni canzone, nella propria perfezione di forma e contenuto è un gioiello da tenere tra le mani. La voce, quella voce, la stessa voce di Ultraviolence, sembra essere essa stessa uno strumento nelle mani di dio per delineare meglio i confini poetici dell’umanità. Come se non bastasse il modo gentile e romantico di cantare una canzone dall’incedere malinconico e rarefatto, in cui strumenti a corda alleviano la disperazione e la fatica di guardare il presente con la nostalgia di un presente che diventa passato sempre più velocemente.

Un disco sul declino della società occidentale, quella che nasceva un secolo fa, un nuovo realismo romantico che si declina in 14 canzoni, una più bella dell’altra. Per davvero.

Un disco perfetto quest’anno ha preso la mia anima e il mio cuore, si chiama Norman Fucking Rockwell. E non riesco a smetterle di ascoltarlo.

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