L’estetica all’interno di uno spazio raccolto. L’oscura psicologia che attanaglia tutti i personaggi di un lungometraggio di per se ineguagliabile. Rivedere Rosemary’s Baby, dopo più di 50 anni dalla sua uscita rivela quanto esso sia davvero senza tempo e assolutamente attuale in ogni sua sfaccettatura.

Anzi, mettendo da parte tutto quello che è successo attorno al film, possiamo tranquillamente affermare che l’opera di Roman Polanski è un resoconto ansiogeno e irrequieto di una civiltà in preda all’arrivismo, al potere, al successo. Un film che assieme ad altri episodi coevi di storia dell’uomo ha di sicuro smosso le coscienze di molti.

La vicenda (tratta da un romanzo di Ira Levin) prende inizio – e sarà per lo più interamente girata -, all’interno del cosiddetto Dakota Builinding, un palazzo dalla matrice gotica, che ben si distingue dalle altre costruzioni di New York. Rosemary e Guy Woodhouse sono una coppia felice, lui è un attore che vorrebbe dare una bella scossa alla propria carriera, essenzialmente basata sulla pubblicità, e lei è una intraprendente giovane americana nata in campagna, partecipe del successo del marito.

I due decidono di avere un figlio ed iniziano a frequentare una coppia più anziana di loro, residente nello stesso edificio. I Castevet diventeranno molto presenti nella vita dei Woodhouse, soprattutto la moglie, Minnie, che sarà poi una presenza inquietante per gran parte del film, generando con il suo personaggio una sorta di alone malsano che popola invasivamente tutto l’edificio. Piano piano, come una gravidanza interiore alla trama stessa del film, cresce un’informe “congrega” di nuovi amici inquietanti che sembrano essere benvoluti da Guy che in modo inatteso riuscirà ad avere successi inattesi nel suo lavoro di attore.

Lo spettatore è però precisamente dietro gli occhi di Rosemary, subisce con lei le contaminazioni oscure delle figure che iniziano a popolare il Dakota. Ha una crescente paura e non sa a chi e a come votarsi per risolvere il senso di irrequietezza che sembra aumentare minuto dopo minuto. È in questo modo che l’orrore psicologico si impadronisce della storia. È un orrore che nasce e cresce all’interno di una casa e che è soltanto il preludio a quello che dovrebbe essere l’atto più naturale del mondo, il parto, la nascita, la venuta alla luce. Rosemary ha paura di diventare mamma e per questo sembra letteralmente impazzire ogni volta che trova inquietanti indizi che la portano a pensare che dietro la sua gravidanza ci sia una macchinazione diabolica operata da diaboliche presenze con la complicità di Guy.

La paura di Rosemary è reale o è solamente un atto di follia da parte di una giovane non avvezza all’incontro di “società” del tutto diversa dal suo ambiente di nascita? Questo non si capisce bene, anzi, disturba ancora di più il percorso verso la gravidanza. Per tutto il film lo spettatore spera in un salvifico appiglio che viene falsamente riservato con la partenza per un viaggio dei vicini Castevet. Ma non manca molto alla data prevista per la nascita del figlio di Mary. Davvero c’è qualcosa di architettato alle sue spalle che ha come controparte il nascituro? Ed è così evidente che è per colpa del marito (o meglio del suo successo) che è avvenuto tutto questo?

Rosemary, interpretata da una bravissima Mia Farrow, è la perfetta antitesi del maligno, piena di timore, di un colore di pelle quasi angelico e dai tratti delicati è del tutto differente dagli altri personaggi, marchiati loro malgrado da una sorta di artifizio che li rende arcigni, melliflui e subito detestabili. Col passare del tempo, la Farrow, inizia ad interpretare una donna che perde la felicità e l’entusiasmo, diventa emaciata, con gli occhi incavati, attanagliata da una deleteria frenesia e apatia verso la società. Con il suo nuovo taglio, coi capelli corti, Rosemary prova a rappresentare l’emancipazione femminile degli anni 60, ma non riesce a trovare una via di scampo dalla società altera e vezzosa da cui sembra aver ricevuto un grosso maleficio.

Con sua somma preoccupazione il marito diventa nient’altro che un’altra pedina di un gioco orribile, di cui il Diavolo sembra essere l’orditore e l’unico beneficiario. Come sarà la fine? Rosemary accetterà di fare parte di un mondo di figure luciferine o tenterà di resistere al potere del demonio?

La vera forza del film di Polanski, oltre ovviamente ad una sapiente tecnica di regia, è quella di raccontare l’inquietudine da un punto di vista inatteso, inscatolato all’interno di un edificio dai corridoi stretti e quasi antichi, popolato da inquilini dall’odore sulfureo da cui si tenta sempre di uscire cercando la normalità (quella dell’amico Hutch) che appare ma non si manifesta mai con un evento o un personaggio, che forse è solamente il traffico di una metropoli che si ciba di vite in cambio di un iniquo quarto d’ora di celebrità.

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