Chernobyl. Una parola che spaventa, che al solo nome evoca qualcosa di particolarmente inesplicabile. E nella storia, effettivamente, è stata una delle tappe fondamentali per l’umanità, colma di bugie, omissioni e tante false piste, all’ombra di un regime – quello Comunista – che non ammetteva errori.

Cosa è successo realmente nella notte del 26 aprile 1986? Nel corso degli anni abbiamo avuto moltissime testimonianze, finite su studi, inchieste, pubblicazioni, ma anche su documentari elaborati con alla base i racconti di chi, quella terribile notte, era presente mentre il reattore numero 4 esplodeva e cambiava per sempre prima di tutto la fisionomia di un paese e poi il modo di avere paura dell’energia atomica, della sua relativa controllabilità.

Alla centrale nucleare Vladimir I. Lenin furono commessi diversi errori umani, che finirono col produrre una nuvola radioattiva che contaminò le zone adiacenti raggiungendo anche l’Europa e la Scandinavia. A questi errori seguirono l’ipocrisia di uno stato in perenne conflitto con l’Occidente in quella Guerra Fredda che sembrava aver diviso in due il mondo. Era quindi normale che l’Apparato di Mosca cercasse di minimizzare una volta che arrivarono le prime notizie direttamente da Chernobyl. Un “guasto” era rimediabile, un’esplosione, una fusione, la perdita di un reattore un po’ meno, l’insensatezza di come l’URSS gestì l’accaduto finì per compromettere la sua stessa esistenza che pochi anni dopo si dissolse.

Quello che potete vedere nella nuova serie della HBO è una ricostruzione basata su testimonianze dirette e riprende per filo e per segno scene già drammatizzate in occasione di documentari. Ne riprende i colori e soprattutto diventa maniacale nel mostrare l’accuratezza con cui sono state scelte scenografia e costumi. Ma attenzione, è pur sempre una fiction, un’opera che, per quanto accurata, ha richiesto semplificazioni e modifiche a ciò che è accaduto davvero. Nulla di grave, non ci sono stravolgimenti dei fatti storici, quello che è accaduto viene raccontato in un modo più che mai onesto. Ad essere sotto i riflettori sembra quasi esserci di più il non detto, ovvero le bugie, il semplicismo disarmante con cui burocrati hanno cercato di gestire il disastro (ed è forse per questo che in molti si aspettano una contro-versione di stampo socialista).

Nelle 5 puntate della miniserie, che in Italia è disponibile su SKY, si può innanzitutto godere di un approccio cronachistico a quanto accaduto. Una storia narrata minuto per minuto delle ore successive all’esplosione, con una narrazione corale di tutti i personaggi che bene o male saranno presenti nei processi successivi (ovviamente in forma strettamente riservata) o faranno parte di schedari che hanno permesso di ricostruire una storia inizialmente fuori controllo. D’altronde nessuno, nel mondo, si era mai trovato a gestire un’emergenza simile (questo non per difendere l’operato del governo comunista) e il modo in cui è cambiato il modo di comunicare rende difficilmente credibile, oggi, che uno dei più grandi stati al mondo abbia nascosto per anni imprecisioni nelle progettualità di strutture non proprio semplici come i reattori RBMK, potenzialmente in grado di spazzare via un intero continente.

La serie analizza soprattutto il modo di agire della commissione voluta dal partito per far fronte all’emergenza, ci sono Valery Legasov, Vicedirettore dell’istituto dell’energia atomica Kurchatov, Boris Scherbina, Vicepresidente del consiglio dei ministeri e capo dell’ufficio per il combustibile e l’energia, altri importanti funzionari della centrale nucleare e in mezzo a loro tanti scienziati rappresentati da un personaggio solo: Ulana Khomyuk, coraggiosa e pronta a sfidare i palazzi di Mosca per ricostruire l’accaduto.

A lato di quanto accade a Chernobyl, vi è poi la storia dell’evacuazione di Pripyat, oggi una città fantasma ma all’epoca densamente popolata dalle famiglie di molti operai e tecnici dell’impianto nucleare, che distava dalla città poco meno di 3 chilometri. Vi sono immagini potentissime che ricostruiscono i momenti immediatamente successivi alla decisione di portare via “temporaneamente” gli abitanti del centro, episodi estremamente curati, che riprendono per filo e per segno i documenti visivi di oltre trent’anni fa. È a Pripyat che vivevano le famiglie dei primi vigili del fuoco che sono stati chiamati a spegnere l’incendio, tra esse abbiamo modo di seguire la storia di Lyudmilla Ignatenko e di suo marito Vasily che nel giro di pochi giorni sarà portato in gravissime condizioni a Mosca tra il silenzio complice della burocrazia russa.

Oltre che alla storia dei personaggi per così dire secondari, troviamo anche immagini del tutto inedite in cui l’afflato narrativo è ovviamente verosimile ma trasparente. Le riunioni con gli alti dirigenti del Cremlino, la presenza ingombrante di Michail Gorbačëv, l’incontro con il vicepresidente del KGB Aleksandr Charcov ricostruiscono gli ambienti che hanno fatto in modo di nascondere la verità, quella che Legasov e Khomiuk cercano di ricostruire andando incontro alla volontà dei piani alti di mettere a tacere e risolvere la situazione senza conoscerne la genesi.

A livello narrativo, come già detto, la coralità delle storie rende la serie efficace e non didascalica o troppo esasperata nella ricerca della verosimiglianza. Ma soprattutto permette a chi guarda di avere un quadro generale di quello che accadde non solo a livello verticale (da chi premette i tasti che finirono col far esplodere la centrale all’Apparato di Mosca) ma anche orizzontale (presentando le storie dei minatori di Tula che arrivano per liberare spazio all’affondamento del reattore, ai volontari che cercarono di liberare le turbine, ai liquidatori per le vie di Pripyat sino a tutti coloro che furono chiamati a spalare grafite dal tetto di quanto rimaneva del reattore).

Quello che si crea è un dipinto a tinte acide di un episodio ancora non del tutto chiaro nell’immaginario collettivo (in primis di chi scrive). È anche però un momento di ineguagliabile potenza, di “chimica” del racconto televisivo e ovviamente narrativo. Si sa che le cose andranno male, si sa che ancora oggi nessuno ha fatto ritorno a Pripyat e che le cose continueranno ad essere radioattive per decine di anni, eppure si spera. Si spera che Legasov possa trovare una soluzione per evitare la fusione del nocciolo, che i medici possano salvare i vigili del fuoco, addirittura si arriva a sperare che Gorbačëv apra il mondo sovietico ad una comunicazione più legittimamente democratica (cosa che poi accadrà davvero). Per questo la sceneggiatura, di  Craig Mazin, è un capolavoro. Nonostante la velocità delle azioni, tutto sembra essere messo a fuoco, e sembra che l’orrore, la paura della morte, inizialmente temuta solo da Legasov (che vediamo sin dai primi minuti intento a suicidarsi) è latente e negata da tutti coloro che finiranno per esserne stati complici.

Mazin ci mette di fronte a persone che cercano di negare tutto per autoconvincersi che l’esplosione non è grave, come se volessero voltare lo sguardo per non avere nulla a che fare con il disastro atomico. È un momento in cui l’umanità prende coscienza della propria piccolezza e cerca allo stesso tempo di mantenere il controllo sulle proprie emozioni e ovviamente sulle proprie paure. Da qui in poi è lo spettatore ad essere in angoscia per i personaggi della serie tv, simpatizza per Legasov pur sapendo che non riuscirà, nemmeno lui, a reggere il colpo psicologico del disastro e lo sosterrà negli attimi concitati in cui egli stesso proverà a fermare ulteriori danni provocati dalla fusione. Ci saranno “eroi” destinati a scomparire, persone che metteranno a repentaglio la propria vita e di cui non si saprà più nulla. L’angoscia si disperde nei corridoi del potere, nelle corsie degli ospedali, nei luoghi dell’emergenza in cui ogni cosa sembra essere ormai colpita da un’onda radioattiva che annichilisce senza preavviso.

Dalla base narrativa c’è poi la possibilità di spaziare ad una più ampia discussione in merito alla politica, alla corsa – nefasta – verso il primato nucleare e soprattutto alla “gestione della paura” da parte dell’animo umano. Una cosa è sicura, Chernobyl non ha la pretesa di dare insegnamenti, non è lo scopo di questa serie. La sua attenzione è rivolta allo spettatore, nel metterlo di fronte ad una ricostruzione vera e purtroppo crudele. Alla fine di ogni puntata si rimane con gli occhi aperti, a fissare i titoli di coda, sentendosi al sicuro nella propria casa, 33 anni dopo, tremando per quello che è appena successo e sappiamo accadrà nell’ultimo episodio. Un qualcosa di inedito e meraviglioso.

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