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Quicksand, le sabbie mobili di un passato recente

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Tra le varie ultime produzioni di Netflix, vi è sicuramente degna di nota la svedese Quicksand, una serie tv ad alto tasso emozionale, che nella sua brevità si fa ben accogliere da un pubblico generalista e anche più teen-oriented. D’altronde, il mescolare una storia dalle tinte oscure con protagonisti alcuni liceali (vedasi Thriteen) è un’escamotage che funziona, ma bisogna saperlo fare e in questo senso la storia di Maja è riuscita a dar vita ad un prodotto sicuramente di qualità.

Prendendo spunto dal romanzo di Mulin Persson Giolito, intitolato Störst av Allt. La serie viene costruita sull’alternarsi tra momenti in linea con lo svolgimento di un processo e flashback che vanno a ricostruire l’intera vicenda. Si parte da una sparatoria avvenuta in una scuola di un quartiere benestante di Stoccolma. Maja viene trovata sulla scena del crimine terrorizzata e sporca di sangue, viene portata in ospedale e poi in carcere, secondo le autorità è sua la responsabilità di quanto accaduto.

Tutto viene ricostruito con l’alternarsi di ciò che è accaduto mesi prima. Il primo incontro di Maja con Sebastian, che diventerà il suo ragazzo e la trascinerà in un turbine di eccessi è il punto di partenza da cui, è del tutto diverso dal momento in cui i due termineranno l’esperienza di vita insieme. La loro storia, adolescenziale e immatura finirà ben presto per diventare un rapporto morboso ed ossessivo. Lei, bella e di buona famiglia, è circondata dall’affetto della famiglia e di tanti altri amici, tra cui l’amica del cuore Amanda, e si appresta a finire la scuola prima di imbarcarsi in un futuro accademico che avrebbe dovuto portarla in alto. Lui, Sebastian, è un ragazzo molto ricco ma pieno di problemi, conduce una vita su di giri ed ha una relazione complicata con il padre, assente e del tutto anaffettivo con il figlio.

L’insieme dei caratteri, delle scelte, delle vicinanze di ognuno dei personaggi andrà a costituire un granello di quella “sabbia mobile” ripresa nel titolo della serie. Alla base c’è la sparatoria, di cui verrà accusata Maja, e tutto intorno ci sono il ruolo dei genitori e della classe sociale in cui vivono i diversi studenti, i meccanismi del sistema giudiziario svedese e le tradizioni di un popolo tradizionalmente riservato, ma anche l’integrazione e i risvolti sociali del consumo di stupefacenti che sembra essere la normalità in un ambiente giovanile e studentesco.

Possiamo dire che i personaggi offrono una buona caratterizzazione, durante i flashback si conosceranno meglio alcuni aspetti della loro presenza che li renderà più o meno determinanti per il tema processuale, primo fra tutti il ruolo dell’avvocato di Maja – la cui storia è però solo funzionale al processo – che diventa l’unico personaggio a cui la ragazza si affiderà durante la sua detenzione.

La brevità della serie, solo 6 puntate, riesce a concentrare l’attenzione su ciò che è accaduto attribuendo ad ogni episodio un ruolo fondamentale nel delinearsi della storia, la cui chiarezza non si può apprendere se non fino all’ultimo momento dell’istruttoria. Le sabbie mobili del titolo altro non sono che il momento di permanenza in carcere di Maja, totalmente incosciente all’inizio e più determinata con l’avanzare dei ricordi, un periodo in cui il tempo sembra non passare mai e in cui le prove e gli indizi sembrano andare tutti in una determinata direzione.

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