Ci sono dei film di cui è impossibile fare a meno, che hanno caratterizzato la vita culturale di una intera nazione e che sono riusciti ad estremizzare i canoni di un’arte bellissima come quella del cinema fino a sublimarla in qualcosa di sinestetico e gloriosamente drammatico.

Umberto D. Capolavoro di Vittorio De Sica è uno dei film cardine del neorealismo italiano, il suo punto più alto, non capito dal pubblico e decisamente stroncato quando fu il momento di entrare nelle sale. Nel 1952 De Sica e Cesare Zavattini si aspettavano tutt’altra accoglienza. Avevano lavorato ad un film che potesse rappresentare nuovamente la triste realtà italiana del dopoguerra e questo non piacque agli italiani, più indirizzati verso pellicole in cui si ricorreva più semplicemente ad espedienti comici per parlare della gente comune e della loro difficoltà nel restare vivi.

Umberto Domenico Ferrari (interpretato da Carlo Battisti, professore di glottologia all’Università di Firenze) è un anziano dipendente statale che vive con la sola pensione di 18mila Lire al mese, non ha una casa propria e vive in una stanza presa in affitto da una padrona antipatica ed equivoca, che ogni mese fa spendere gran parte dello stipendio costringendolo a fare debiti per poter ancora avere ancora qualcosa a disposizione. Umberto è solo e senza famiglia, si ritrova a desinare con un pranzo al refettorio dei poveri, vende le poche cose rimaste per avere un po’ di contante, pensa addirittura a chiedere l’elemosina, ma la sua dignità gli impedisce di arrivare a tanto.

Umberto e Maria

Umberto è un vinto, un uomo che riesce a trovare gentilezza ed empatia nella giovane serva della padrona, Maria, una donna sempre indaffarata che è incinta di un militare non bene identificato e che l’anziano signore vede come la figlia che non ha mai avuto, a cui dispensa consigli e si confida senza alcuna inibizione. A rendere più sostenibili le giornate di Umberto c’è un cagnolino di nome Flike, simpatico ed ubbidiente, l’unica vera creatura a cui il nostro anziano protagonista sembra essere indissolubilmente legato.

Il personaggio di Umberto fa parte di quella cerchia di borghesi ormai decaduti che sembrano non volersi piegare al peso insopportabile della vita. Il suo aspetto, nonostante le precarie condizioni economiche, è sempre dignitoso ed elegante, come era di solito nella sua vita di funzionario, le sue parole, misurate e fiere, non tradiscono l’integrità morale di un uomo che vissuto in tutt’altro modo la sua carriera impiegatizia.

Le scene più forti della narrazioni sono quelle girate all’interno della dimora in cui Umberto e Maria si trovano a vivere, lui chiuso in una stanza alla mercé di urla e schiamazzi, lei costretta a dormire nel corridoio, sempre costantemente invocata dalla padrona. La dimensione degli ambienti sembra opprimere i due personaggi, come se fossero costretti in una situazione che li rende entrambi esposti al disagio e alla vulnerabilità. Maria che macina caffè, piange e rimane sola in una cucina disadorna è un quadro di desolante verità in un più grande disegno di vita quotidiana. In questo caso il non essere professionisti da parte di entrambi gli attori, rende ancora più spontaneo e verosimile il loro interagire.

Ci sono poi scene che riescono ad amplificare la solitudine dei tanti malati all’ospedale, molti malati immaginari che grazie all’intervento delle suore riescono a dormire qualche notte in più in un ricovero al coperto, vi sono i due popolani che si occupano di dare asilo ai cani ma solo dietro una lauta ricompensa e la desolazione delle strade in cui la vita sembra non fermarsi, mentre Umberto è assorto nelle sue riflessioni e nei suoi pensieri su come riuscire ad arrivare a fine mese, sperando nella divina provvidenza o nell’aiuto di un vecchio collega.

Umberto e Flike

Ma c’è di più, l’interpretazione del cagnolino Flike è a dir poco straordinaria e non rimane assolutamente in ombra rispetto a quella dei suoi comprimari umani. La scena finale, ad esempio, non sarebbe stata la stessa senza la precisione e la naturalezza del piccolo animaletto. Sembra voler insegnare al suo padrone cosa significhi la vita, nonostante per lui sia sempre un gioco, proprio quando la percezione era quella di un punto di irreversibile tristezza e dolore. È nei pochi minuti finali l’estrema grandezza di un film come Umberto D., che riesce a far ritrovare negli spettatori la serenità di una vita spensierata, in una chiave ottimista in cui i problemi sembrano essere messi in secondo piano.

Il pubblico non lo capì subito, nonostante oggi si affronti una pellicola come questa con un timore quasi reverenziale, e ci furono persino intromissioni da parte della politica che influenzarono, e non poco, l’opinione della critica sull’opera neorealista. Giulio Andreotti, che allora era sottosegretario alla cultura, dichiarò apertamente sui giornali che Umberto D. altro non era che un’opera disfattista e forzata, “se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di Umberto D è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria”. A tali incisi, seguirono, quasi “inspiegabilmente” il silenzio dei festival che scelsero di non premiare in alcun modo il film e i maggiori distributori che decisero di boicottarne le proiezioni nelle sale.

Fortunatamente, per tutti coloro che non lo abbiano ancora visto  il film è presentato nella versione restaurata in 4k dalla Cineteca Nazionale e RTI Mediaset, in collaborazione con la Cineteca di Bologna e col Mibact ed è facilmente reperibile nel mercato dvd.

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