La verità è che gli Small Faces furono una grande band. Su questo non si discute. Fondati da Steve Marriott e Ronnie Lane attorno al 1964, da subito condivisero la medesima grazia compositiva di altre band come Who, Kinks, e Rolling Stones. Ispirati dai ritmi d’oltreoceano, si posero come demiurghi del nuovo rock inglese, introducendo accenti di canti gospel e riff smaccatamente blues che andavano ad arricchire semplici brani merseybeat.

Nel 1968 esce Ogden’s Nut Gone Flake, capolavoro della band e opera in cui gli archetipi celati nei primi brani affiorano sino a diventare splendenti e magnifici. Ascoltare questo disco è un’esperienza fondamentale per chiunque abbia intenzione di conoscere e capire chi fossero e cosa furono in grado di fare gli Small Faces. Basterebbe anche solo ascoltare la bellissima Afterglow (of your love), in cui blues, soul e atmosfere lisergiche si mescolano in un crescendo di meravigliosa armonia.

The Small Faces
The Small Faces

Dopo la pubblicazione di Ogden’s, il gruppo praticamente si sciolse. Marriott convolò a nozze con gli Humble Pie di Peter Frampton e fu rimpiazzato, aggettivo forse poco corretto, da Rod Stewart che portò con sé  l’amico chitarrista Ronnie Wood. Ora, potrei benissimo passare ore a scrivere elogi di questi due signori, che umilmente eleggerei al rango di semi-divinità in una mia ipotetica religione politeista, ma mi limito a dire che essi, o meglio, il loro arrivo portò alla nascita, e alla crescita dei Faces.

Svezzati assieme a Jeff Beck a pane e blues, Ron e Rod, aiutati dall’organo gospel di McLagan e da una sezione ritmica eccezionale, posero la basi per una manciata di album caratterizzati da un profondo, viscerale amore per le contaminazioni americane pur mantenendo una propria personalità smaccatamente british, accostandosi ai gusti di fans e critici che in seguito assaporeranno quei brani così semplici e gustosi da farli divenire feticci irrinunciabili per le nuove generazioni revivaliste e non.

Croce e delizia dei Faces fu la voce di Stewart, profonda, genuina, grezza e così delicatamente rock da meritarsi un discreto successo al di fuori della band. L’ego di Rod crebbe a dismisura, e ciò lo portò a distaccarsi lentamente ma inesorabilmente dal resto del gruppo. Non partecipò alle prime sessions per la stesura del quarto disco della band e delegò a Ronnie Lane la scrittura di molti dei brani da incidere. Per questo motivo, ad un attento ascolto, Ooh La La appare molto più folk rispetto ai precedenti. Le divagazioni acustiche e la voce di Lane erano la parte più delicata dei Faces, in totale contrasto con l’irruenza e la ruvidità di episodi firmati da Stewart, Wood e McLagan come Silicone Grown o My Fault che dominano la prima facciata del nuovo lavoro.

Faces Oh La La

La parte conclusiva dell’album e, purtroppo, dell’intera carriera dei Faces è ad appannaggio della creatività e della sensibilità pop di Lane, che con la bellissima title-track creò un caso unico nella carriera della band. Ooh la la fu scritta pensando alla voce di Stewart, un regalo di non poco conto, pensando alla rivalità ormai accesa tra i due compositori. Rod però decise che quella canzone non era adatta a lui e rifiutò l’offerta lasciando tutti di stucco. Glyn Johns, produttore dell’album, era sull’orlo di una crisi di nervi. Nei quattro mesi passati assieme ai Faces per le registrazioni del disco aveva cercato in tutti i modi di tenere insieme la band, l’incisione del brano che dava il titolo all’album andava completata, a qualsiasi costo. Escluse quindi, le voci principali, Johns suggerì a Ronnie Wood di cimentarsi nella prima prova canora della sua carriera.

Fu un suggerimento azzeccato. La voce di Wood, cui a tratti si unisce quella di Lane coglie piacevolmente di sorpresa ogni ascoltatore. Il suo timbro, la sua cadenza e la sua ingenua proposizione vocale sono il punto più alto e finale dell’ultimo disco dei Faces poiché non solo lo rende un unicum della loro storia ma testimonia perfettamente un periodo di dissapori che da lì a poco rese vani i tentativi riconciliatori di Johns.

Dopo la pubblicazione dell’album, Stewart esternò parole di disgusto nei confronti di Ooh La La, mandando in crisi la band. Ronnie Lane si arrabbiò così tanto che decise di lasciare i Faces e si dedicò ad un nuovo progetto. McLagan e Kenney Jones di certo non la presero bene, e così pure Ronnie Wood, che due anni dopo entrò nella formazione titolare dei Rolling Stones.

Nel 1997 dopo anni passati su una sedia a rotelle, Ronnie Lane morì. L’anno successivo, l’ormai canonizzato leggenda Rod Stewart, registrò finalmente la parte vocale di Ooh La La. Non so se questo fu un omaggio di Rod per il compagno scomparso, quello che conta è che la sua voce, struggente, colora di tinte auree un brano così semplice da sembrare bellissimo, ora come 46 anni fa.

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