Jade Bird ha una voce sorprendente. È giovane, crescerà, e questo fa ben sperare per il mondo della musica pop, che ha necessariamente bisogno di nuove voci che incantino e rendano più sostenibile la realtà del quotidiano.

Il suo primo album, nelle sue stesse parole: “Racchiude gli ultimi due anni della mia vita, le mie esperienze, è diretto e senza filtri. Tutte le decisioni che ho preso mi hanno portata fin qui, alla fine di questo magico processo, ed è come se ogni parola che avevo scritto si fosse ricamata su queste canzoni. È vario nello stile, come molta della mia musica, è libero da qualsiasi etichetta di genere, ma sono io a donargli coerenza. Sono solo una ragazza che sta cercando di capire come va il mondo”.

Ed è vero. La coerenza, tratto unificante, è la stessa voce di Jade Bird, che raccoglie nel suo primo lavoro un numero sufficiente di singoli freschi e ascoltabilissimi, anche perché registrare e pubblicare le oltre 200 canzoni scritte solo nell’ultimo album sarebbe stato davvero impensabile (umanamente e tecnicamente).

Così Ruins apre un disco prepotentemente solare, che esplode letteralmente in un singolo come I Get No Joy, in cui la ruvida essenza di una voce ancora limpidamente ingenua riesce a farsi spazio attraverso un ritornello che è tanto espressivo quanto difficile da dimenticare.

Anche in Sad Effects, movimentato pezzo dall’andatura pop, Jade mette molto del suo e della sua tecnica vocale, non graffia ma accompagna l’ascolto verso la sublimazione della genuinità vocalica. Does Anybody Know, episodio acustico leggero, è una perla racchiusa in un disco di dodici tracce che con evidenza lasciano la propria autrice la libertà di interpretare i passaggi delle nuvole e dei volti, negli occhi di una giovane donna. Capitolo del tutto diverso da Uh Huh, con cui si trova una immediatezza che spinge la voce a farsi più presente e portata ad un bel volume, così come nelle prime battute du Good At It, uno dei brani più riusciti dell’album.

Per capirci, la voce di Jade Bird, giovane e pulita, raggiunge toni molto vicini a quelli più sofisticati e arrabbiati di tante altre colleghe più grandi. Non ha paura di correre su scale e arpeggi e con disinvoltura vince la gravità in un brano come Love Has All Been Done Before, forse il più rappresentativo del suo potenziale canoro.

La conclusiva If I Die, leggera e velata di un certo esistenzialismo affatto acritico, vede Jade Bird confrontarsi con una delle prove che più sembrano piacerle, intima e senza troppe sovrastrutture. Un testo di una semplicità struggente “If I die, put me in a song / Tell everyone how in love I’ve been / If I die, put me in a song / So I’ll live on in your melody” arricchito da una voglia irrequieta di non scomparire e segnare per quanto possibile, il passare dei secondi.

Primo album, dicevamo, promettente, ma soprattutto piacevole all’ascolto, fresco e ben strutturato, un bell’inizio per quella che, si spera, potrà diventare una voce tra le più belle dei prossimi anni. Le premesse ci sono, le idee, quelle importanti, arriveranno, per ora bene così Jade!

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