Nell’ormai lontano 1950 Roberto Rossellini gira il suo primo film assieme alla nuova compagna Ingrid Bergman. Lei, bellissima, interpreta Karin, una profuga internata in un campo di raccolta per stranieri durante la seconda guerra mondiale che davanti a sé ha due possibilità: emigrare in Argentina oppure sposare Antonio, conosciuto nel campo, ed ottenere la cittadinanza italiana.

Quando le viene negata la prospettiva di dirigersi verso il Sud America, per la mancanza di documenti idonei, l’unica sua via di fuga rimane quella di iniziare una nuova vita con il rude siciliano, che promette di aver già pronta per lei una casa nella sua isola natale: Stromboli, in cui nulla sembra essere cambiato nonostante il tempo e la guerra.

Già inizialmente si può notare una certa incomunicabilità tra i due. Karin, dalla mentalità più aperta, ha viaggiato per l’Europa ed accoglie come un ripiego la possibilità di convolare a nozze con un uomo che non conosce se non per brevi incontri tramite una rete di recinzione. Antonio, dal canto suo, nonostante la guerra, non ha mai smesso di pensare al proprio paese e alla sua vita da pescatore, l’unica attività concessa dalla natura nel paesino in cui è nato, in cui si avvicendano tutti gli uomini del posto. Karin rimane subito colpita da Stromboli, un’isola vulcanica, dal paesaggio lunare e totalmente isolato dal resto del mondo, come un luogo in cui il tempo non passa mai, ancorato a tradizioni antichissime, usi e costumi che non riesce a comprendere e a cui non vuole assolutamente cedere.

Ingrid Bergman esprime da subito una totale insofferenza verso la vita che si prospetta al personaggio che interpreta. La sua figura, totalmente lontana visivamente e caratterialmente da quella del marito, è come un fiore che stenta a crescere in un terreno arido e asettico. Lo si capisce dal primo momento in cui osserva la casa in cui andrà ad abitare, una tipica costruzione dell’isola, ereditata da Antonio, in cui non c’è assolutamente nulla, né mobili, né pavimento e della cui sistemazione il marito sembra non curarsi affatto, desideroso di ricominciare ad intraprendere la sua vita da pescatore assieme agli altri abitanti di Stromboli.

Karin inizialmente non accetta la nuova condizione di vita, poi decide di mettere mano alla disposizione dei locali e con l’aiuto di alcuni abitanti cerca di personalizzare il proprio ambiente, con disegni, tende e decorazioni. È il compromesso che intende fare con la sua nuova vita “da isolana”, accettando persino di cucirsi addosso vestiti più leggeri e idonei alla sua permanenza.

Antonio inizialmente sembra non curarsene, poi, vinto dall’ira (spinto anche dai timidi approcci tra la moglie e il guardiano del faro) ripristina l’abitazione con i quadri e le fotografie della sua famiglia, accecato anche dalla gelosia per Karin che, aprendosi di più alla gente che incontra, non si fa cura di parlare ed interagire anche con chi, in paese, è considerato di poco conto. La donna dal canto suo, cerca conforto nel parroco del paese, che la rassicura della mentalità chiusa ma buona di Antonio e di tutti gli abitanti dell’isola, accomunati da un timore reverenziale verso la Provvidenza che in quegli spazi sembra parlare, comunicare, esprimersi tramite i tremiti e le eruzioni del vulcano che da sempre hanno condizionato, nel bene e nel male, la sopravvivenza in quel piccolo posto lontano dal mondo.

Sarà proprio il vulcano a decidere del futuro di Karin. Lei, decisa a sfuggire ad una vita che non sente sua, dopo una violenta esplosione di cenere e lapilli, abbandona tutto e con in grembo un bambino, suo e di Antonio, decide di scalare la montagna, scendere nell’altra metà dell’isola e tornare sulla terraferma.

Riuscirà nel suo intento? Di sicuro l’incontro tra lei e la sommità del vulcano è uno dei punti di estremo lirismo della pellicola di Rossellini, che in alcuni tratti (ad esempio la pesca dei tonni) ha indugiato nel documentarismo. Karin, ormai impossibilitata a comunicare con qualcuno, cerca conforto nelle manifestazioni della Provvidenza, che a Stromboli sembrano essere disegnate sulla falsariga del comportamento violento e irascibile del marito. Nel dialogo con ciò che le sta attorno, si sente una marcata differenza tra il suo accento e quello degli altri isolani, una frattura che disegna ancor meglio l’incomunicabilità tra due mondi, antropologici, culturali e spirituali che non riescono a trovare un punto d’incontro.

La chiesa del piccolo paesino, in cui la popolazione si ritrova tradizionalmente per la messa della domenica, è come un luogo neutro in cui le speranze di Karin per il futuro vengono a contatto con l’impossibilità di fuggire da un luogo e da un tempo da parte di tutti gli altri abitanti. L’esplosione di Stromboli, da cui tutti fuggono, non impensierisce la donna, del tutto estranea alla manifestazione di forza della natura/Provvidenza, che cerca il proprio riscatto nell’ascensione verso qualcosa di inespugnabile e oggettivamente pericoloso.

Il tentativo di Rossellini di raccontare una realtà di cui oggi non resta nulla, va ad incanalare la pellicola nel lungo braccio del neorealismo italiano, ma proprio per la sua tematica più profondamente psicologica, il film riesce ad avere un respiro più ampio, che parla di incomunicabilità quanto di solitudine, estendendo allegorie ad una condizione umana nei confronti della natura che non cessa di essere in un travagliato rapporto di esistenza.

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