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Eric Clapton, una vita “blues”

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Chi è Eric Clapton? Per conoscerlo bisognerebbe aprire un bel po’ di libri dei ricordi, ascoltare dischi, e fare due chiacchiere con chi c’era ai tempi in cui “Slowhand” diventava più famoso di Dio. Già perché molti degli aneddoti risulterebbero incredibili pure a lui stesso, nonostante li abbia vissuti, date le condizioni in cui li ha vissuti, sulla cresta del mondo, ma in bilico tra la vita e la morte e con il bicchiere sempre vuoto.

Eric Clapton era sulla cresta dell’onda quando Jimi Hendrix arrivava a Londra. Aveva già sperimentato il modo di suonare il blues da bianco ma con l’anima di un nero, d’altronde quella era la musica che aveva nell’anima, fin da bambino, da quando iniziò a suonare e sperare che quel mondo così lontano da lui potesse arrivare e prendere tutte le onde radio che entravano nelle case dei sudditi di sua Maestà.

Eric Clapton with Jimi Hendrix
Eric incontra Jimi a Londra nel 1966

Clapton con gli Yardbirds, Clapton con John Mayall, Clapton coi Cream, coi Blind Faith, coi Derek and The Dominos, coi Beatles e praticamente ovunque. Il suono della sua chitarra era diventato un inconfondibile marchio di fabbrica per tantissime produzioni inglesi a cavallo tra anni ’60 e ’70. Eric Patrick Clapton, nato il 30 marzo 1945, aveva il blues nell’anima, e ce lo aveva perché la sua storia era iniziata con un episodio doloroso, quello di una madre troppo giovane che viene abbandonata dall’uomo che ama, un destino troppo crudele che venne addolcito dalla presenza di una nonna che divenne sua madre, ma che continua, nella vita di Eric, ad essere come un punto cruciale in cui “il blues” è entrato dentro di lui senza più abbandonarlo. “Sulle copertine dei primi dischi blues che ho visto nella mia vita – racconta Slowhand nel documentario Life in 12 bars -, c’era sempre un uomo con la sua chitarra, solo contro il mondo, senza neanche rendermene conto, quella musica mi ha portato via tutto il dolore”.

Una carriera in cui le tappe vengono bruciate, inesorabilmente, in cui Clapton diventa quel chitarrista che tutti vorrebbero avere nella propria band, Bob Dylan, i Beatles, gli Stones e chiunque abbia avuto modo di vederlo nelle sue cavalcate sulla 6 corde che piangeva, si piegava, trasmetteva energia, ogni volta che le sue dita pizzicavano una Fender, o chi per essa.

Nei Cream si arrivarono a sfiorare canzoni lunghe 40 minuti nei concerti che erano diventati happening per un pubblico attonito di fronte a tre virtuosi che sui palchi esplodevano letteralmente a volumi impressionanti. Eric consegnò alla storia uno dei momenti più creativi della sua carriera, episodi di altissimo livello tecnico come nei successivi Blind Faith che, fortunatamente ancora oggi possiamo ascoltare grazie a registrazioni più o meno ufficiali.

Pattie Boyd
Pattie Boyd, l’amore cercato e poi perduto di Eric Clapton

Clapton poi si innamorò di Pattie Boyd, all’epoca moglie di George Harrison, perse così tanto la testa per lei che divenne succube di un amore inizialmente non corrisposto che riuscì a riempire con canzoni e dichiarazioni talvolta estremamente infantili ma verissime quanto ad autenticità. Nel documentario, Pattie è la musa attorno a cui girano gli anni più confusi e allo stesso tempo prolifici di Clapton, che per lei scrive una canzone come Layla (capitolo reso immortale dalla collaborazione con Duane Allman). Dopo questo episodio, Slowhand si chiude nella sua villa di Hurtwood per quattro lunghi anni, entrando in un vortice di eroina, cocaina, alcol, da cui non riuscirà ad uscire per buona parte degli anni ’70 ciondolando ubriaco sui palchi di mezzo mondo dimenticando di essere quel chitarrista che tutto il mondo del rock aveva incensato ed amato sin dai primi passi.

Alla fine Eric riuscirà ad avere Pattie, ma, come accade nelle più sfortunate storie d’amore, riuscirà anche a lasciarsela andare, anestetizzato e confuso dalle droghe con cui aveva iniziato a giocare un po’ troppo seriamente. Nemmeno la felicità di avere un figlio potrà lenire la sua sofferenza. Quando Conor a 4 anni morì, il mondo di Clapton divenne nuovamente nero, segnando il punto più basso della sua vita.

Con la musica, tanti giorni passati a suonare, Slowhand ritrova il motivo per cui vivere, ma ritrova anche la pace con se stesso e con la propria famiglia, senza dimenticare di impegnarsi per aiutare gli altri, fondando un centro di recupero per alcolisti e tossicodipendenti.

Con un disco natalizio appena pubblicato, Eric Clapton, ormai ha solo voglia di divertirsi con la musica e lo strumento che sempre lo hanno reso felice. Tutti i suoi “idoli” ormai iniziano a scomparire, lui continua a muovere le sue dita sui manici delle sue chitarre. E sta bene, sta benissimo così.

Slowhand lo scorso 8 luglio 2018 a Hyde Park

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