Siglufjörður è un paese dell’Islanda che raccoglie poco più di mille anime. Sembra uscito direttamente da un quadro freddo di un’isola misteriosamente addormentata, dove la vita scorre lenta e senza troppe preoccupazioni, tanto che gli abitanti, quando escono, sono soliti lasciare le porte senza chiuderle a chiave, visto che non accade mai nulla di seppur vagamente pericoloso.

Un porto di mare immobilizzato dalla neve, che lo ricopre candida, Siglufjörður dai tetti aguzzi e lontana dal mondo, separata dal resto dell’Islanda da tunnel che in inverno rischiano sempre di rimanere chiusi.

È qui che hanno inizio le indagini di Ari Þór, un ex studente di teologia diventato poliziotto quasi per caso. Ha 25 anni, una ragazza, Kristin, con cui divide una casa a Reykjavík e una carriera universitaria che sta per completare con gli esami di fine corso, quando una telefonata interrompe la sua routine quotidiana. Lo aspetta un lavoro nel nord dell’Islanda, dove fa freddo, ma dove ci sono anche ottime piste da sci su cui svagarsi, basta dire sì e il posto sarà suo, per almeno due anni. Senza nemmeno consultare la sua compagna, Ari Þór accetta l’incarico e si prepara a partire verso la sua nuova vita.

A Siglufjörður è l’ultimo arrivato, il suo capo alla centrale, Tòmas, lo accoglie a braccia aperte e gli prospetta una mansione semplice, tenere a bada una piccola comunità in cui non accade mai niente. Sarà davvero così?

La realtà è ben diversa dall’immaginazione. Una donna viene scoperta agonizzante in un giardino in una pozza di sangue sotto la neve che cade, uno scrittore molto famoso in passato viene trovato morto nel teatro e tutti credono in una tragica fatalità. Ari Þór, l’ultimo arrivato, indaga, conosce i luoghi e le abitudini del posto, troverà strani collegamenti tra personaggi di una compagnia teatrale e conoscerà Ugla di cui si innamorerà dimenticando Kristin, con la quale si è consumato un tiepido addio dopo l’estate.

Lei giaceva in mezzo al giardino, simile a un angelo di neve. Da lontano sembrava tranquilla. Le braccia erano allargate, distanti dai fianchi. Indossava un paio di jeans sbiaditi ed era nuda dalla cintola in su, con i lunghi capelli sparsi come un diadema sulla neve; neve che non avrebbe dovuto essere di quel colore. Una pozza di sangue le si era formata intorno. La sua pelle sembrava impallidire a una velocità allarmante, diventando come il marmo, quasi una reazione al rosso acceso che la circondava. Aveva le labbra blu. Il respiro corto era accelerato. Sembrava guardare la volta celeste buia. Poi i suoi occhi si chiusero di colpo.

Ragnar Jónasson dà alle stampe il suo primo romanzo e dimostra di avere la stoffa del giallista nordico. Una compagine difficile da superare, quella dell’Europa dei fiordi e dei vulcani, cui però l’avvocato e giornalista sembra inserirsi bene, come comprimario e autore di punta. L’angelo di neve è il primo dei racconti che sono destinati a far parte della saga dei Misteri d’Islanda, il volume in cui si narra dell’arrivo di Ari Þór a Siglufjörður e l’inizio del suo primo caso da detective in erba.

Quello che colpisce di più del racconto di Jónasson è la caratterizzazione dei personaggi, che hanno una loro precisa storia, rivelata pian piano, funzionale alle indagini e al relativo scioglimento del caso. Sembra quasi di vederli, gli abitanti della cittadina islandese, innocui nella propria sonnolenta quotidianità, quasi intoccabili da sembrare di passaggio. E invece… l’acume di Ari Þór viene fuori con il passare dei giorni, risolve enigmi e scopre legami mai saltati allo scoperto, perde la testa per Ugla, questo sì, ma non sappiamo come andrà a finire, stiamo parlando della sua storia personale che adesso, oltre a Kristin, ha un’altra donna pronta a scaldargli il cuore.

Abbiamo letto L’angelo di neve in edizione Feltrinelli, nella traduzione di Roberta Scarabelli.

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