Ho iniziato a vedere The OA in un momento di vuoto, un momento in cui mi ero preso una pausa dalle serie TV dopo un hangover vissuto abbastanza violentemente. (Sto ancora fermo alla stagione 5 di Game Of Thrones ma devo recuperare in tempo per la nuova). Non ero pronto per qualcosa di epocale, di qualcosa tipo Westworld, tanto per capirci, ma avevo proprio voglia di qualcosa di interessante da vedere. Così, tra le serie iniziate e non finite ho ritrovato OA. Mi piaceva, ammetto che non ricordo per quale motivo non l’avevo portata in fondo, ma era davvero interessante.

Torniamo a poco più di 2 anni fa quando la serie in questione è approdata su Netflix quasi sorprendendo tutti. Si sapeva che era in lavorazione ma non si creò molto hype prima della messa in onda, sarebbe stato un thriller psicologico molto incasinato, ma poche furono le rivelazioni a riguardo.

La co-creatrice di OA è anche la stessa protagonista – Praire Johnson nella serie tv – che dopo 7 anni torna nel paese in cui era cresciuta dopo aver riottenuto la vista. Lo fa in un modo un po’ particolare, gettandosi da un ponte di una grande città quasi a volersi suicidare, ma riesce a sopravvivere (attenzione a questo verbo perché è importante per la storia).

Prairie ha in mente solo una cosa: trovare Homer. Per farlo ha bisogno di cinque persone che siano ben disposte ad ascoltarla e che si daranno appuntamento ogni sera nello stesso luogo per ascoltare il suo racconto.

Per evitare di rovinare la visione a tutti coloro che si sono interessati ad OA non dirò altro. Le durate dei vari episodi che compongono la serie sono diverse ed è difficile dare una descrizione di ciò che accade realmente. Posso solo aggiungere che almeno nella prima stagione viene raccontata la storia della protagonista, lasciando aperta una marea di possibilità che a partire dai minuti del finale di certo sono quanto mai imprevedibili.

Ci sono molti temi che riguardano il sovrannaturale, si scopriranno tutti durante il racconto di Praire che si fa chiamare PA (OA in inglese, non commento la volontà di modificare il nome) dai suoi nuovi “amici”. Insomma la protagonista è una ragazza che ha visto molte cose, che non riesce ad esprimersi con la sua famiglia ma che preferisce che siano 5 sconosciuti ad ascoltare la sua storia. Nel suo racconto verrà svelata la sua infanzia, cosa ha visto, cosa ha sentito e a cosa è riuscita a sopravvivere (ancora questo verbo, chissà come mai…), un racconto che durerà tutte le puntate e che di certo riserverà molte sorprese.

I personaggi che PA (OA) incontra nella sua vicenda sono diversi e del tutto interessanti da ogni punto di vista, si ritroveranno a divedere un lei uno spazio ben preciso per un motivo ben preciso, legato ad un’importanza scientifica collegata ad una metafisica, collegata ad una filosofica, collegata ad una religiosa. Ecco, alla fine the OA è “solo” questo, un gran bel casino, ricco di creatività e di colpi di scena talvolta surreali e talvolta davvero ben architettati che sfocia in un mare di possibilità e un finale di stagione davvero bellissimo.

Prairie è un enigma vivente, si ama o si odia, ed è l’unica che può mandare avanti la storia, lasciandosi dietro briciole da ricercare seguendola episodio dopo episodio e fa parte di un racconto che è riuscito a spiazzare parecchi critici proprio per la sua evanescenza narrativa.

Per quanto posso dire ancora – mi sono trattenuto tantissimo per non fare alcun genere di spoiler -, ogni personaggio introdotto dalla storia ha una propria “sotto storia” da raccontare, e lo spettatore è stimolato, puntata dopo puntata, a farsi un’idea di quello che è accaduto nei ricordi di Prairie. Insomma c’è una voglia costante di sapere dove si andrà a parare. Talvolta si verrà sorpresi, talvolta no, talvolta si avrà persino l’idea di essere presi in giro, e forse è questo il bello di una serie tv, rimanerne talmente affascinati da poterne quasi diventare parte.

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