Murakami ha un ritmo inconfondibile: l’inchiostro pulsa e ci si trova dentro la sua testa, insieme ai protagonisti, e ci si deve solo abbandonare alla narrazione.
Haruki Murakami ha un pregio: trasformare ogni romanzo in un mondo a sé. Un universo parallelo. I protagonisti hanno, in comune, il fatto di essere tutti un po’ fuori dal comune, pur essendo comunissime persone. A Sud del confine a ovest del sole, ha atmosfere uniche, una storia d’amore soverchiante e un protagonista che, per una volta, ha sin da subito una forte coscienza di se stesso.

Il romanzo viene pubblicato, in Giappone, nel 1992. Segue di quattro anni “Dance Dance Dance“, e precede “L’uccello che girava le viti del mondo” (1994-1995). Viene scritto durante una visita di Murakami alla Princeton University negli USA.
Nel 2000 la Feltrinelli lo aveva proposto al pubblico italiano, che adesso gode di una nuovissima edizione Einaudi. La traduzione è quella della prima versione italiana, di Mimma de Petra, con la revisione di Antonietta Pastore per Einaudi. Sulla copertina, a sfondo bianco, risalta un LP che richiama subito un elemento imprescindibile di ogni buon romanzo di Murakami: la musica. Particolarmente importante qui, perché il protagonista fonda e gestisce un jazz bar ad Aoyama (Tokyo), con musica dal vivo. Come effettivamente aveva fatto Murakami prima di diventare scrittore.
La trama? Eccovela!

Semplice, lineare (persino prevedibile, da 3/4 del romanzo): Hajime e Shimamoto andavano a scuola insieme, alle elementari. Erano accumunati entrambi dal fatto di essere figli unici, cosa assai rara nel Giappone degli anni Cinquanta.
Hajime significa “inizio”, ed è stato chiamato così perché nato il 4 gennaio, ovvero nella prima settimana del primo mese della seconda metà del Secolo. Un Secolo che Hajime attraverserà raccogliendo successi e soddisfazioni. Infatti, proprio come vuole l’auspicio della data della sua nascita, Hajime durante l’infanzia non conosce né le pene né le privazioni della generazione dei suoi genitori: la Seconda Guerra mondiale, con i suoi drammi e le sue sofferenze, gli resta praticamente estranea. Ma non tutto va come, forse, sarebbe dovuto andare. La piccola Shimamoto era leggermente zoppa, così i due passavano interi pomeriggi a casa di lei, ascoltando i dischi in vinile. Dopo le elementari, si sono separati e, anche se Hajime avrebbe potuto andarla a trovare, non lo ha fatto, credendo che da parte di lei non ci fosse interesse nel continuare a vedersi…

Il passato viene narrato da un Hajime adesso 36 enne, che si trova coinvolto in una vita felice e piena, con una bella e amorevole moglie, due figlie adorabili, un suocero col pallino del guadagno e disposto a tutto pur di incrementare il benessere della propria famiglia (anche a cose sul filo del legale). Un’esistenza pienamente realizzata, e fiorente, che nasconde però un vuoto: Hajime non ha mai dimenticato Shimamoto, i pomeriggi di innocenza e intimità emotiva passati insieme. Nonostante abbia avuto un’altra ragazza importante, ai tempi del liceo, di nome Izumi (cui ha spezzato il cuore), nonché dopo numerose avventure occasionali, e infine una moglie adorabile, Yukiko….  Shimamoto è rimasta latente in qualche parte del suo cuore.

Comprensibile che, al riapparire di Shimamoto, la vita di Hajime resti sconvolta, e sia quasi improvvisamente possibile recuperare almeno un’ombra di quello che non hanno mai vissuto. Specialmente perché Shimamoto appare e poi scompare: quando c’è, vuole esserci, e quando non può, non c’è. Hajime non sa niente di lei, che è in grado di offrirle solo un mondo di “forse” e “per un po’”. Eppure, lui la ama. E lei ama lui. Tanto che il pianista, al locale di Hajime, suona per loro The Star-Crossed Lovers di Duke Ellington.
Quale sorte è in serbo per due cuori destinati l’uno all’altra?

Murakami cammina sulle linee della diversità e dell’eccezionale con la consueta eleganza. Come in molti suoi romanzi, la donna, l’omosessualità, la straordinarietà (che sia un dettaglio nella narrazione o un elemento essenziale nella caratterizzazione di un personaggio) sono miscelati, immersi in una malinconia dolce e nella pacatezza di chi cerca un proprio posto nel mondo, ma porta con sé un qualche marchio innegabile.
A pelle, direi che con “A sud del confine, a ovest del sole” il lettore si trovi di fronte a una piccola scheggia, che ferisce e avvelena. Non si può fare a meno di trovarlo bellissimo e al tempo stesso troppo breve. Come al solito, molti interrogativi restano sospesi e il finale non chiude, anzi: apre al futuro.

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