Apriamo questo primo numero della rubrica “Ascolti della settimana” con il nuovissimo disco di Sharon Van Etten, uscito per Jagjaguwar lo scorso 14 gennaio. Una voce bellissima, tra le più originali e amate da dieci anni a questa parte, che ha saputo mettere d’accordo critici e semplici ascoltatori. I primi dischi di Sharon sono stati effettivamente un crescendo di armonia e poesia, sino ad arrivare al penultimo Are We There che ha dimostrato come la songwriter americana abbia raggiunto una maturità tanto attesa quanto precoce.

Le canzoni dell’ultimo album sono decisamente una spanna sopra rispetto a tutti i dischi precedenti. Non è solamente la cura degli arrangiamenti e una produzione più pulita, ma una scelta di 10 brani che riescono a dipingere perfettamente il cambio di rotta e la maggior consapevolezza di se dell’artista.

A cominciare dalla prima I Told You Everything dove un piano introduce i primi versi di una canzone rivelatrice:

Sitting at the bar, I told you everything
You said, “Holy shit, you almost died”
Sharing a shot, you held my hand
Knowing everything, knowing everything, we cried.

Più incisivo è invece l’andamento di No One’s Easy To Love, in cui si parla della difficoltà di amare e dello struggimento per essa. La terza traccia è pretenziosa e ammicca su di un ritmo quasi lisergico, sopra cui Sharon narra della difficoltà di un distacco. Tutt’altra musica si ascolta nella traccia numero 4 (Comeback Kid), una moderna costruzione sopra un ritmo pop sopra cui la voce si adagia coprendo alla perfezione ogni singolo secondo.

L’eterea Jupiter 4 fa rientrare nell’orbita un disco in cui non manca l’attesa per un amore finalmente arrivato, che fa battere il cuore:

Touching your face
How’d it take a long, long time
To be here?
Turning the wheel on my street
My heart still skips a beat
It’s echoing, echoing, echoing, echoing, echoing, echoing

Seventeen, il brano che ha lanciato il nuovo disco, è decisamente il pezzo più forte tra quelli della tracklist e probabilmente dell’intera carriera della cantante americana. Presentato in anteprima al Kimmel Live in America, ha potuto meravigliare gli ascoltatori e i fan con un bellissimo passaggio in cui Sharon fa esplodere i cuori gridando:

I know that you’re gonna be
You’ll crumble it up just to see
Afraid that you’ll be just like me

Uno dei brani più intimi del disco è invece Malibu, dove i ricordi affiorano sino a diventare musica, trasformando i dettagli in un dipinto d’amore. You Shadow parla ancora una volta dell’incomunicabilità, questa volta all’interno di una relazione mentre la successiva Hands, con una scrittura discontinua ed immaginifica, disegna una resa di fronte alla passione che travalica il senso della ragione.

L’album si conclude con Stay, una canzone dedicata alla figlia di Sharon, nata l’anno precedente all’uscita del disco. Parole che descrivono l’amore tra una madre e la propria creatura, che è solo agli inizi e continuerà quando la figlia chiederà delle risposte, lo farà con il cuore e si esprimerà senza alcun condizionamento.

Remind Me Tomorrow si candida ad essere uno dei titoli più belli di quest’anno, uscito a metà gennaio, quando i cuori hanno bisogno di stare vicini e riscaldarsi. È composto da poesie bellissime e da una musica altrettanto meravigliosa, in cui la vena artistica di Sharon Van Etten riesce ad avere largo spazio e a fare sua tutta la durata del disco. Ci sono alternanze tra ritmi più blandi e pezzi più sostenuti, ma in un certo senso è come se riuscissero ad equilibrare perfettamente un esperimento che possiamo dire definitivamente riuscito.

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