Nel 1992 John Frusciante uscì per la prima volta dal gruppo. Per i Red Hot Chili Peppers fu un colpo abbastanza basso da rimanere a bocca aperta. Nessuno se lo aspettava, ora che finalmente la band di L.A. era arrivata sul tetto del mondo, soprattutto dopo la morte di Hillel Slovak, che aveva lasciato un vuoto enorme e che era stato rimpiazzato nel migliore dei modi da un giovane ventenne che a suon di riff e palcoscenici era entrato nei cuori dei fans che da subito venne osannato tanto quanto il suo predecessore e forse anche di più. John non solo era bravissimo, ma riusciva a ricoprire un ruolo difficile come quello di sostituire il membro di una band di cui era a sua volta fan e di cui innegabilmente era figlio d’arte. Ma a che serviva essere così importante quando la lotta contro l’eroina e la vita sembrava persa per sempre? John non si sentiva più parte di una band che si trovava ad affrontare la più grande sfida con la celebrità sfilando nei più importanti salotti televisivi, si presentava irriconoscibile nelle serate di gala e riusciva, strafatto, a rimediare qualche applauso suonando Under The Bridge in una condizione che nessun chitarrista al mondo gli avrebbe invidiato, ciondolante e con lo sguardo perso nel vuoto, con la sua stratocaster sempre più logora e distrutta, vittima anch’essa di una vita destinata a durare ben poco.

John si chiuse in un mondo esclusivamente suo per 5 lunghissimi anni. Aveva perso tutto e si era ridotto a vivere in un appartamento che sembrava più un ritrovo per tossici ed alcolizzati, dove tuttavia riuscì a registrare il suo primo album, Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt, con una chitarra acustica, un mixer e una tastiera, alternando schizofrenici abbozzi di canzone a primi tentativi psichedelici — e psicotropi -, di portare a casa una prima fatica discografica destinata a diventare un cult nel cuore dei suoi estimatori ma un prodotto decisamente al di sotto delle sue possibilità artistiche e umane. Pochi anni dopo — 1997-, in un baratro ancor più oscuro uscì Smile from the Streets You Hold, un disco decisamente testamentario, fatto di grida, urli, dipinti vocali e disarmonici di un uomo distrutto dagli stupefacenti e dalla depressione, deliri di chi non riesce a liberarsi del male e piange la sua condizione allarmando tutti coloro che gli volevano bene con l’unico mezzo che aveva a disposizione: la musica. Frusciante, tra i Peppers, è l’unico ad avere una buonissima educazione, si era laureato all’accademia della musica e non aveva mai negato di ispirarsi a Jimi Hendrix ed Hillel Slovak quali padrini da imitare e, nel caso di Hillel, superare. Da quando lasciò la band si avvicendarono ben tre sostituti, ma fu solo con Dave Navarro, ex-tatuato chitarrista dei Janes Addiction che i Red Hot decisero di incidere il nuovo album e partire per un tour mondiale che li vide, vestiti da lampadine, salire anche sul palco di Woodstock. Dopo sei anni anche Navarro se ne andò lasciando libero il campo al ritorno di John. Ci vollero solo 23 giorni e un duro periodo di riabilitazione per decidere di far parte di nuovo di una delle band più importanti del rock, 6 anni di assenza dal mondo della musica che conta erano ormai abbastanza e tutti i fans e gli appassionati di musica salutarono il ritorno di Frusciante come una manna scesa dal cielo.

Tutto il tempo trascorso da solo aveva fatto crescere in John la voglia di tornare a vivere, dipingeva, suonava raramente, praticava yoga, ma quando Flea passò casualmente a trovarlo nella sua casa di L.A. aveva tutte le braccia consumate dalle iniezioni di eroina, era emaciato, sudicio ed era chiaro che non riusciva più a condurre quella vita dissennata nemmeno per qualche settimana, sarebbe stato l’ennesimo pegno che la musica rock avrebbe pagato ai suoi malevoli dei. Flea chiamò Anthony e gli disse che era il momento di mettere da parte i dissapori e tornare a parlare con il loro vecchio amico ed opportunamente riprendere gli strumenti e suonare di nuovo insieme. Kiedis era visto da John come un fratello maggiore e il suo distacco fu un vero supplizio da superare, anno dopo anno; quando si rincontrarono i due quasi piansero dalla gioia. La riabilitazione di Frusciante portò aria nuova nel gruppo, tutti decisero di darsi una regolata e licenziarono un album pieno di energia come Californication che li riportò sulle vette delle classifiche mondiali con brani come la title track stessa, Otherside, Scar Tissue e Road Trippin’.

Nel 2001 esce To Record Only Water For Ten Days, la terza fatica solista di John, un disco che, ancora una volta, racconta la vita del suo stesso creatore e rappresenta il percorso di studio compiuto negli ultimi dieci anni verso la ricerca di un momento di pace e tranquillità ancora lontano, ci sono episodi dolorosi ma anche intermezzi strumentali ineccepibili come Murderers che impreziosiscono un album divenuto l’innegabile ritorno alla vita di un artista.

Nel 2002 i Red Hot ripartono poi alla conquista del mondo con By The Way, siamo in estate e il tour mondiale che seguirà alle prime esibizioni vedrà nascere di nuovo contrasti. Questa volta sarà imputato a John di aver voluto dare una svolta troppo ispirata a scelte melodiche da cantautore e Flea minaccerà di abbandonare la band salvo poi ripensarci. Il disco è effettivamente troppo leggero e privo di mordente con canzoni bellissime ma molto lontane dallo spirito funk che animava i Red Hot del millennio precedente. In questo clima di instabilità John Frusciante decide di dar vita alla sua personale Record Collection, un programma di sei dischi in 18 mesi, riuscito e a volte stentato ma che ha avuto il merito di dar vita all’opera omnia del pensiero del chitarrista dei Peppers tramite episodi che vanno dal pop, al rock alla psichedelia, dal folk all’elettronica che diventerà il pallino attuale e centro delle sue contemporanee sperimentazioni.

Cinque anni dopo, mentre il suo gruppo è ancora una volta in un periodo di riposo, dopo aver pubblicato il faticosissimo doppio Stadium Arcadium — più strutturato del precedente e sotto ogni aspetto più godibile -, Frusciante pubblica The Empyrean, il suo disco più bello e più curato, in ogni singolo particolare.
Si tratta di un concept album che parla di “dio” che inizia con la splendida strumentale Before The Beginning e prosegue con la cover, eseguita in modo magistrale, di Song To The Siren. Siamo di fronte a momenti ben diversi rispetto a quelli dei primi anni ’90, la voce è modulata in modo quasi perfetto e non è abbandonata a sgraziati lamenti casuali, talvolta lancinanti e soprattutto preoccupanti.

Ma non è tutto, il disco è suonato benissimo con l’aiuto di Flea, Josh Klingoffer, che ancora non sa del ruolo che ricoprirà nei Peppers, Johnny Marr, i Sonus Quartet e i New Dimensionals Singers, e dimostra le magistrali qualità di John nel suonare il suo strumento (Unreachble) e nello scrivere un brano complesso come Central in cui rock, passione e sperimentazione diventano un unicum inatteso e meravigliosamente esibito. Dire che Empyrean rappresenta il punto più alto della carriera di John non mi sembra esagerato, brani come Dark/Light rincorrono episodi come Heaven o Enough Of Me come fosse facile riuscire anche solo ad immaginare certi accostamenti azzardati certo, ma anche armonicamente giustificati da un filo conduttore e da una ricerca attenta ai dettagli e alla continuità. Pochi mesi dopo l’uscita del suo capolavoro, John Frusciante decide di abbandonare di nuovo il gruppo per “dedicarsi esclusivamente ai propri progetti e alla realizzazione di album solisti”. Da quel momento, mentre il fido erede spirituale Josh Klinghoffer prende il suo posto nei Red Hot, produce PBX Funicular Intaglio Zone, Outside Ep ed Enclosure in cui abbandona (definitivamente?) la chitarra per dedicarsi interamente alla musica elettronica concedendosi alcuni momenti di cavalcate sulle 6 corde che lo confermano come uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi (basti l’ascolto di Same in Outside Ep).

Adesso vi chiederete: perché scrivere e parlare così tanto di John? Tra una settimana (maggio 2015) esce il suo nuovo album e i suoi fans — me compreso — sono in totale apprensione e visibilio per un sogno che l’ex-Red Hot ha inseguito da sette anni: la costruzione totale di un disco di acid house in cui l’elettronica diventerà il suo unico strumento per 8 tracce suonate dalla sua nuova impersonificazione, Trickfinger, che darà anche il nome all’album. Sapere che John abbandonerà la chitarra e non sarà mai più un membro dei Peppers un po’ mi rattrista per il proseguo di una band che amo (nonostante Klinghoffer sia un degno sostituto) e un po’ mi rende felice per lui che è riuscito a trovare la propria strada, umana e musicale, ma soprattutto artistica. Sono felice perché la storia di John mi ha sempre coinvolto tantissimo, sin dal primo momento in cui è entrato nel gruppo dopo la morte di Slovak fino ad arrivare agli ultimi esperimenti con la musica dance. La sua è la parabola di un uomo caduto nel baratro che ha saputo risalire grazie alla sua chitarra e all’amicizia, ma soprattutto è il racconto di come ricostruire se stessi con la forza di volontà e la passione. Non è difficile immaginarsi John seduto sul proprio tappeto ad improvvisare canzoni e nuovi ritmi da seguire, quello che lo contraddistingue è la curiosità verso qualsiasi tipo di suono e pubblico, dai palchi dei più grandi festival rock a quelli più raffinati e spocchiosi delle consolle dei dj. Ma non è tutto, John è uno dei miei eroi personali, il chitarrista per il quale ho abbandonato la mia Les Paul per dedicarmi al suono scarno e delicato della Strato e uno dei miei idoli assoluti, un modello di vita e il fratello maggiore che non ho mai avuto nella vita. Mi piacerebbe passare interi giorni con lui ad ascoltare dischi, distesi sul divano o sotto il sole, ora che è primavera e che le giornate diventano più lunghe per dedicarsi alla musica sotto ogni aspetto e con tutta la calma del mondo, ma andrebbero bene anche gli interminabili pomeriggi piovosi di aprile in cui basterebbero uno stereo, qualche album e una chitarra per condividere quello che io e lui amiamo di più: la musica.
Sì, John Frusciante è davvero il mio eroe.

Aggiornamento: siamo a inizio 2019, John ha reso disponibile due anni fa un bel po’ di materiale da lui registrato e mai uscito su disco, interessante e antologicamente corretto. Mi piace pensare che abbia trovato la sua dimensione musicale, eterea, nella sua sala di incisione dotata di migliaia di effetti sonori, pedali, sintetizzatori, computer. Difficilmente tornerà su un palco a suonare la chitarra, come fece coi Red Hot. Credo che fare musica, in questo caso elettronica, lo renda la persona più felice del mondo e alla fine, pensandoci bene, è quello che si merita per aver salvato tante vite, tra cui la mia. È sicuramente dignitoso per lui, sentirsi sereno e realizzato tra le sue note, che nel loro alternarsi, vivace e inatteso hanno la stessa irriverenza contagiosa dei salmi di dio, e che raccontano, con distensione e poesia, la difficile conseguenza dell’esistenza umana.

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