11 gennaio 2016.

Nessuno al mondo avrebbe mai immaginato di assistere alla fine di un’epoca così grande come quella che si è conclusa oggi. Sono decine anni che ci dividono dall’inizio del rock come forma musicale, come arte, come spettacolo e oggi tutto di colpo viene assorbito in un buco nero, enorme.
Dicono che David Bowie non ci sia più, che strano, aveva pubblicato una settimana fa il suo nuovo disco (splendido) e tutti di nuovo parlavano di lui. Era uno dei degli album più attesi, era il suo ritorno, già, quale dei tanti?
Per parlare del duca Bianco dovresti almeno aver ascoltato per dieci anni la sua discografia senza sosta, notte e giorno, senza mai fermarti, eppure oggi ne parlano in tanti, forse troppi. Accade così quando hai a che fare di un artista della portata di Da Vinci, Picasso, Kubrick, Basquiat.
Bowie era un trovatore, ha portato all’uomo tutta l’arte della sua epoca rendendola fruibile dal grande pubblico. Perché è stato così grande? Perché ha messo tutte le culture sperimentabili della sua esperienza di artista in una musica colta e allo stesso tempo canticchiabile mentre passeggi distratto col cane, e questa, signori, è la prova più alta e indiscutibile della sua grandezza. Di lui oggi ne possiamo parlare su diversi livelli, tutti ampiamente compassati e indiscutibilmente tristi, la tv lo sta facendo da questa mattina, sociologicamente e storicamente parlando, lui è stato uno dei più grandi personaggi del Novecento ed è anche stato uno degli esperimenti più riusciti di quello che la creatività, il genio umano, ha potuto creare nella musica popolare e non solo. “La musica è la maschera che nasconde il messaggio – diceva Bowie -, la musica è il Pierrot e io, l’artista, sono il messaggio”.
Parole che i vostri figli dovrebbero studiare a scuola stropicciando con gli occhi stanchi i libri di letteratura.
Se vi guardate attorno, che sia un muro, un giardino, una strada, qualsiasi cosa può essere stata raccontata in un testo di Bowie. Accade quando gli archetipi prendono forma e diventano suoni, visioni (non è un caso che “sound+vision” sia proprio un brano del duca bianco), movimenti, apparizioni.
Io ho scelto cinque punti per i quali vale la pena ricordare David e a questi cinque ho cercato di associare altrettante cinque canzoni, diverse da quelle che ascolterete in questi giorni in giro, una scelta con cui mi auguro vogliate solo incuriosirvi un po’ di più verso l’ascolto e la conoscenza di uno dei più grandi uomini mai esistiti sulla faccia della Terra.

1. The Supermen – Uno dei brani più interessanti di Bowie è tratto da The Man Who Sold The World. Questa canzone risente degli anni giovanili in cui il duca bianco suonava assieme a Jimmy Page nei Manish Boys. Parla dei superuomini, parla di filosofia, è la spinta di un sedicenne verso le teorie di Nietzsche sul superomismo e sull’orientale direzione verso il zoroastrismo.
Quando il mondo era molto giovane
E la magia della montagna incombeva
I Superuomini camminavano in fila
Guardiani di un’isola senza amore
E guardavano preoccupati con superpaura le loro tragiche vite eterne
Non potevano emettere alcun sospiro 
In solenne, perversa serenità, fantastici esseri incatenati alla vita.”
I toni sono solenni, la voce sembra quasi che arrivi da un mondo alieno, Bowie qui è un giovane artista che affronta la vita con l’esperienza di un asceta, lo si ama perché racconta di sé e della sua vita in un tono letterario e a dir poco ostico, lo si odia (bonariamente) perché riesce a farlo in un modo così semplice da fare invidia a chiunque.

2. Always Crashing In The Same Car – Low è uno dei dischi più belli di David Bowie, probabilmente il più sofisticato e il più difficile quanto a comprensione delle tematiche e delle sonorità. In poco più di un decennio le vite di Bowie sono state tantissime, i suoi personaggi, i suoi colori, la sua musica e il suo modo di cantare. Questa è la fase più intensa della sua trilogia berlinese, le influenze sono riconoscibili, così come lo è l’apporto creativo di Brian Eno. Finisce un decennio, e Bowie non solo assimila parte della cultura artistica mitteleuropea, ma diventa anche uno dei maestri per band come i Joy Division e gran parte della new wave che da lì a poco inizia a muovere i primi, stentati, passi. Negli stessi anni, il duca bianco diventa amico di Iggy Pop e lo aiuta a scrivere dischi come The Idiot, Lust For Life, diventa un collezionista d’arte, dipinge, assiste Marc Bolan accompagnandolo nella fine del glam rock e si prepara agli anni ’80. Cose da poco, vero?

3. Afraid Of Americans – David Bowie affronta gli anni ’90 rimanendo uno degli artisti più inflazionati dall’epoca dei rave. Ama i remix, non ha paura di approfondire la conoscenza del suono di Bristol prima e della jungle poi, non stona mai confrontandosi con artisti del momento come Prodigy o Chemical Brothers, anzi, li supera spesso in esperienza e sorprende tutti dando vita a spettacoli assolutamente splendidi. La caratura artistica di Bowie è ormai inossidabile, padroneggia qualsiasi stile di musica, sembra essere tornato a Berlino, ascolta la techno e la abbina a movimenti squisitamente hard rock, fondendoli con il suo gusto estetico teatrale e ormai celestiale.

4. Thursday’s Child – La voce di David Bowie qui è bellissima, è soul, è legata indissolubilmente alla musica che la sostiene, ma le dà una forma inattesa appena dopo il ritornello, è uno dei tratti riconoscibili della carriera di un grandissimo artista. Di una bellezza spietata, il brano racconta delle paure di un bambino, delle favole, della vita evanescente della carriera di un artista vicino alla resa, lontano dal palco, vicino al buio. Il disco da cui è tratto è Hours, totalmente diverso da Earthling, il suo predecessore, e di una bellezza, credetemi, davvero disarmante.

5. Soul Love – Non potevamo non ascoltare anche Ziggy Stardust. Questa è, secondo me, la canzone più bella di un disco davvero memorabile, alcuni versi fanno così:
L’amore è cieco nelle sue scelte
Si muove velocemente attraverso un bambino
L’amore discende su quelli senza difese
L’amore idiota darà inizio alla fusione
L’arrangiamento è ricercato, nulla è lasciato al caso, tutto è sapientemente studiato per diventare assolutamente ascoltabile, popolare e allo stesso tempo criptico, teatrale, mescolando misteri di forme e colori a suoni riconoscibili e adorabili. Due note, solo due, le ritroveremo anche in Always Crashing In The Same Car. Archetipi.

Ci sono altri mille motivi per amare Bowie. Oggi ce n’è anche uno in più per ascoltarlo, ovvero quello di non dimenticarlo. Tutti dicono che un artista non muore mai veramente, che la sua arte gli sopravvive. Ma questo succede quando qualcuno ha già detto tutto nella sua vita e Bowie non era uno di questi, è cambiato più velocemente della società, della storia, della musica, del cinema e ogni copione a cui avrebbe potuto partecipare, quante cose avrebbe ancora potuto dirci? Non lo possiamo nemmeno immaginare.
Era un mimo e poteva esprimersi anche senza parlare, era un genio, un musicista, un attore, un ingegnere di suoni e visioni, un poeta, un pittore
Oggi una lacrima potete anche versarla, perché eroi come lui nascono davvero una volta ogni mille o duemila anni.
Arriveremo su Marte e sapremo già cosa cantare.
A presto, David.

Author

Scrivi un commento

it_ITItalian
it_ITItalian